MOBBING-SULLE CONDOTTE VESSATORIE DEL DATORE DI LAVORO

Mobbing- Quando le condotte vessatorie del datore di lavoro possono integrare il reato ex art. 572 c.p.?

Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza n. 28251 del 2019

La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 28251 del 2019 ha chiarito che nel caso in cui il datore di lavoro ponga in essere delle condotte costituenti “mobbing”, nei confronti di un dipendente, queste possono integrare il delitto ex art. 572 c.p., ossia maltrattamenti in famiglia, quando il rapporto tra le parti abbia natura para-familiare essendo caratterizzato da relazioni intense ed abituali.

Nel caso di specie la Corte d’appello, in riforma della decisione di primo grado aveva assolto l’imputato dal reato ex art. 572 c.p., per avere, quale direttore di una s.p.a. maltrattato un dirigente per diversi mesi.

Secondo la Corte le emergenze processuali avevano escluso la ricorrenza del contesto para-familiare che giustifica l’applicazione della norma incriminatrice ex art. 572 c.p. in un contesto lavorativo, con riguardo alle relazioni esistenti tra il datore di lavoro e i dipendenti subordinati.

L’articolo 572 del codice penale dispone quanto segue:

“Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

[La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di minore degli anni quattordici.]

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni”.

Nel ricorrere in Cassazione la parte civile lamenta violazione di legge in relazione all’art. 572 c.p. per aver il giudice di merito erroneamente assolto l’imputato dal reato di maltrattamenti in famiglia, benché le carte del processo avessero provato che le relazioni intercorrenti tra il datore di lavoro e la cerchia di dirigenti avevano acquisito caratteristiche tali da rendere quel gruppo equiparabile ad una famiglia.

Gli Ermellini dal canto loro hanno respinto il ricorso rammentando che secondo costante orientamento giurisprudenziale:

“le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia”.

La Corte d’Appello nell’adottare la decisione si era uniformata correttamente a tale principio di diritto, precisando come l’applicazione nel caso di specie della contestata norma incriminatrice fosse preclusa dall’assenza di quelle caratteristiche di stabile affidamento e reciproca solidarietà che qualificano la famiglia e gli altri gruppi in cui si realizza una forma di stabile convivenza tra i soggetti interessati.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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