SULL’ESTORSIONE A MEZZO CHAT

La vicenda in oggetto origina quando l’attore viene contattato sulla chat di Facebook da una ragazza che non conosce e che gli invia una sua foto nuda; per qualche mese vanno avanti a chattare quando ad un tratto lei dichiara di essere minorenne e di volere la somma di euro 3mila al fine di evitargli problemi.

Sulla questione si è pronunciata laCorte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza n. 8794 del 2019

L’uomo aveva raccontato l’accaduto ad un’altra ragazza conosciuta in chat che si era offerta di aiutarlo, mettendolo in contatto con un uomo in grado di intervenire sul computer al fine di eliminare i messaggi con la ragazza minorenne. Una volta comunicato le proprie credenziali di accesso si era accorto che le conversazioni erano sparite. Il giorno seguente però la ragazza gli aveva chiesto una nuova somma di denaro per evitare una denuncia per abuso informatico; per tale motivo si era rivolto nuovamente all’uomo che gli aveva cancellato le chat incaricandolo di incontrare lui la ragazza e consegnarle per chiudere la faccenda i 3000 euro richiesti, alla quale quest’ultimo aveva aggiunto 2000 euro a titolo di compenso per l’intervento prestato.

L’intervento era andato a buon fine ma qualche giorno dopo era lo stesso uomo a chiedere all’odierno attore la somma di 10.000 euro perché aveva dei problemi personali e dinnanzi al suo diniego lo aveva minacciato che se non avesse pagato avrebbe diffuso i dati che aveva salvato dal computer della ragazza.

Questo aveva ceduto ed in seguito a diversi pagamenti aveva eliminato il proprio account Facebook e aveva altresì cambiato numero di cellulare, tuttavia un sedicente poliziotto della polizia postale era riuscito a contattarlo tramite il telefono della ragazza che lo aveva ricattato, chiedendogli la somma di 6.000 euro affinché non venisse inviata una chiavetta contente i dati sensibili riferiti alla ragazza.

Esasperato da tale situazione la persona offesa aveva proposto denuncia e lo stesso giorno aveva riconosciuto nel sedicente poliziotto l’uomo che aveva contattato per far sparire le chat con la ragazza che lo ricattava.

Il Tribunale di primo grado, sezione del riesame, aveva rigettato l’appello proposto dal PM ed aveva confermato l’ordinanza con la quale il Giudice di Pace per le indagini preliminari aveva rigettato la richiesta di applicazione della misura cautelare nei confronti dell’uomo e della ragazza, indagati per i reati di cui all’art. 110 c.p. e 629 c.p., comma 2 e art. 110, 56 e 629 c.p

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L’articolo 629 del codice penale disciplina l’estorsione e prevede che:

“Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.

La pena è della reclusione da sette a venti anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000, se concorre taluna delle circostanze indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo precedente”.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione, hanno dichiarato fondato il ricorso e pertanto meritevole di accoglimento.

In via preliminare deve essere premesso che secondo costante orientamento giurisprudenziale:

“l’ordinamento non conferisce alla Corte di Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alcun potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura cautelare e del tribunale del riesame”.

Nel caso in questione difetta la congruità delle ragioni addotte rispetto al fine giustificativo del provvedimento, avendo questo proceduto ad una considerazione forzata dei differenti elementi portati dal PM a sostegno del ricorso.

Vi è una manifesta illogicità del provvedimento impugnato, connotato da una valutazione parziale del compendio indiziario portato a sostegno della richiesta del PM, in contrasto con la consolidata giurisprudenza secondo cui:

“in tema di applicazione di misure cautelari personali, la gravità degli indizi di colpevolezza postula una considerazione non frazionata ma coordinata degli stessi, che consenta di verificare se la valutazione sinottica di essi sia o meno idonea a sciogliere le eventuali incertezze o ambiguità discendenti dall’esame parcellizzato dei singoli elementi di prova, e ad apprezzare quindi la loro effettiva portata dimostrativa e la loro congruenza rispetto al tema di indagine prospettato nel capo di imputazione provvisoria”.

Quindi si deve concludere che anche se effettuata a mezzo chat l’estorsione giustifica l’arresto.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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