SULL’ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE FORENSE


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Integra l’abusivo esercizio della professione anche lo svolgimento di attività stragiudiziale

Corte di Cassazione, seconda sezione penale, sentenza n. 46865 del 2019

La Corte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza n. 46865 del 2019 ha chiarito che il “falso avvocato” risponde per abusivo esercizio della professione anche se l’attività espletata è stragiudiziale, nel caso in cui questa abbia i caratteri della continuità e dell’ onerosità.

Nel caso di specie, l’imputata era stata condannata sia in primo che in secondo grado per aver esercitato abusivamente la professione di avvocato, essendo sprovvista del titolo richiesto, ai danni di un signore per farsi delegare dallo stesso a trattare la liquidazione di un sinistro stradale con la compagnia assicurativa.

L’imputata, nell’adire la Cassazione pone in dubbio la sussistenza del delitto di esercizio abusivo della professione, ponendo in dubbio la corretta applicazione dei principi sanciti dalle Sezioni Unite con la pronuncia n. 11545 del 2011, secondo cui

“integra il reato di esercizio abusivo di una professione ex art. 348 c.p. il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva ad una determinata professione, siano univocamente individuati come di competenza specifica di essa, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato”.


Gli Ermellini, intervenuti sulla vicenda hanno dichiarato infondato il ricorso presentato dalla ricorrente, evidenziando come la Corte territoriale aveva richiamato, quale norma integratrice del precetto penale la L. n. 247 del 2012 che disciplina l’ordinamento della professione forense e, al sesto comma dell’articolo 2 prevede la competenza degli avvocati in relazione all’attività professionale di consulenza legale e assistenza stragiudiziale

“se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato”.

L’imputata era da anni che svolgeva tale attività, ed era conosciuta per aver illecitamente riscosso e trattenuto il risarcimento spettante ad altra cliente per una pratica analoga.

La sentenza delle Sezioni Unite sopra richiamata ha altresì sottolineato che

“il compimento di atti non esclusivi di una professione soggetta a peculiari vincoli d’esercizio e, in particolare, all’iscrizione nel relativo albo non può ritenersi sottratta alla necessità di tutelare il cittadino dal rischio di affidarsi, per determinate esigenze, a soggetti inesperti nell’esercizio della professione o indegni di esercitarla, aggiungendo che quando tali attività siano svolte in modo continuativo e creando tutte le apparenze del loro compimento da parte di soggetto munito del titolo abilitante, le stesse costituiscono espressione tipica della relativa professione e realizzano quindi i presupposti dell’abusivo esercizio, sanzionato dalla norma penale”.


Quindi, l’abusiva e reiterata spendita di un titolo inesistente, accompagnata dallo svolgimento di continuativa attività di consulenza e mediazione danno conto della sussistenza della fattispecie ascritta alla ricorrente, essendo l’attività svolta da quest’ultima sostenuta dall’artificiosa creazione e dal mantenimento di un rapporto fiduciario con i clienti, avente carattere di continuità e onerosità.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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