SUL SOVRAINDEBITAMENTO


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Un’interessante sentenza della Corte di Cassazione sul sovraindebitamento

Corte di Cassazione, prima sezione civile, ordinanza n. 27544 del 2019

Nel caso di specie, il ricorrente, aveva adito la Corte di Cassazione, avverso il provvedimento del Tribunale, reiettivo del reclamo da lui proposto contro il decreto con cui lo stesso Tribunale, aveva respinto l’istanza di omologazione del piano da lui proposto nell’ambito della procedura di sovraindebitamento ex legge n. 3 del 2012.

Secondo il reclamante la struttura del piano proposta doveva essere assimilata a quella del concordato “in garanzia” e non a quella del concordato “in continuità”, con conseguente inutilizzabilità dell’art. 8, comma 4, della legge n. 3 del 2012. Per tale motivo si chiede alla Corte che sia accertata la violazione e/o falsa applicazione delle norme di diritto, laddove il giudice di merito ha ritenuto utilizzabile la moratoria di un anno prevista dal sopra citato comma 4; in quanto nel caso in cui se nel piano del consumatore la moratoria annuale costituisce un limite invalicabile, vi sarebbe una irragionevole disparità di trattamento tra imprenditori in crisi e/o sovraindebitati e consumatori.

Il ricorrente inoltre chiede che la Corte di Cassazione dichiari che il giudice di merito ha errato nell’applicazione delle norme di riferimento laddove ha ritenuto utilizzabile il limite quinquennale quale durata massima del piano del consumatore.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno precisato che il provvedimento impugnato si fonda da una duplice “ratio decidendi”; infatti esso ha ritenuto dirimente la questione riguardante la durata del piano del consumatore, posto che, dopo aver disatteso l’assunto del reclamante secondo cui la struttura del piano proposto doveva essere accostata a quella del concordato “in garanzia”, e non a quella del concordato “in continuità”, ha precisato che,

“pur volendosi accedere alla tesi dell’odierno ricorrente circa l’inapplicabilità della menzionata moratoria, comunque il piano da lui presentato, la cui durata era stabilita in circa dodici anni, non rispondeva ai principi generali, ricavati dal concordato preventivo, della ragionevole durata, stimata in massimo cinque anni”.

Secondo costante orientamento giurisprudenziale

“negli accordi di ristrutturazione dei debiti e nei piani del consumatore, è possibile prevedere la dilazione del pagamento dei crediti prelatizi anche oltre il termine di un anno dall’omologazione previsto dall’art. 8, comma 4, della legge n. 3 del 2012, ed al di là delle fattispecie di continuità aziendale, purché si attribuisca ai titolari di tali crediti il diritto di voto a fronte della perdita economica conseguente al ritardo con cui vengono corrisposte le somme ad essi spettanti o, con riferimenti ai piani del consumatore, purché sia data ad essi la possibilità di esprimersi in merio alla proposta del debitore”.

Per quanto concerne il termine di durata ragionevole del piano del consumatore, è diffusa l’opinione tra i giudici di merito, che la fase esecutiva di un concordato liquidatorio debba concludersi in un arco temporale non superiore al triennio mentre un concordato in continuità aziendale debba esaurirsi nell’ambito del quinquennio.

A tale soluzione si perviene in base alla considerazione che la c.d. “legge Pinto” sulla responsabilità risarcitoria dello Stato per l’irragionevole durata del processo, prevede come termine ragionevole per l’esecuzione singolare quello dei tre anni e come termine ragionevole per la procedura fallimentare quello di sei anni.

La legge n. 372012, nell’introdurre le procedure di composizione della crisi non ha previsto un limite massimo di durata di tali procedure, tuttavia secondo costante orientamento giurisprudenziale tale limite si aggira tra i 5 e i 7 anni.

Se la ratio dell’applicazione del limite implicito di durata massima è quella di tutelare il creditore non si vede perché non possa derogarsi a tale limite, concedendo l’omologa al piano, anche se di durata ultraquinquennale.

Gli Ermellini hanno precisato che

“in tema di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, deve escludersi la responsabilità dello Stato ai sensi della legge 29 marzo 2001, n. 89, con riferimento alla protrazione nel tempo dell’attività dei liquidatori nominati con la sentenza di omologazione del concordato preventivo, poiché, chiudendosi questo con il passaggio in giudicato della sentenza di omologazione, ed essendo i liquidatori non organi della procedura pubblica, bensì mandatari dei creditori per il compimento di tutti gli atti necessari alla liquidazione dei beni caduti, detta attività non rientra nell’organizzazione del servizio pubblico della giustizia”.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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