SUL BULLISMO OMOFOBICO

Bullismo, cyberbullismo e omofobia

Il bullismo è un fenomeno che si concretizza maggiormente tra i giovani e soprattutto tra i banchi di scuola; ma prima di addentrarci maggiormente su tale problematica, vediamo in che cosa consiste.

Secondo la Direttiva Ministeriale del 5 febbraio 2007, n. 16 per bullismo di intende:

“Il comportamento del bullo è un tipo di azione continuativa e persistente che mira deliberatamente a far del male o danneggiare qualcuno. La modalità diretta si manifesta in prepotenze fisiche e/o verbali. La forma indiretta di prevaricazione riguarda una serie di dicerie sul conto della vittima, l’esclusione dal gruppo dei pari, l’isolamento, la diffusione di calunnie e di pettegolezzi e altre modalità definite di “cyberbullying” inteso quest’ultimo come particolare tipo di aggressività intenzionale agita attraverso forme elettroniche. Questa nuova forma di prevaricazione, che non consente a chi la subisce di sfuggire o nascondersi e coinvolge un numero sempre più ampio di vittime, è in costante aumento e non ha ancora un contesto definito. Ciò che appare rilevante è che oggi non è più sufficiente educare a decodificare l’immagine perché i nuovi mezzi hanno dato la possibilità a chiunque non solo di registrare immagini ma anche di divulgarle”.

Nel caso in cui tale fenomeno si concretizzi in atti di abuso e prepotenza nei confronti di una determinata categoria di soggetti come gli omosessuali, prende il nome di bullismo omofobico.

In vista della giornata internazionale contro l’omofobia che si celebra il 17 maggio di ogni anno, vediamo alcuni casi concreti di vittime di omofobia, sia all’interno degli istituti scolastici che non.

Non molto tempo fa in un noto istituto scolastico della capitale era emerso il caso di un ragazzino schernito da un compagno di classe, che era arrivato al punto di creare un gruppo privato all’interno di una chat con altri coetanei al fine di deriderlo, oltre ad appendere cartelloni per la scuola e a lasciargli bigliettini contenenti minacce.  I compagni di classe della vittima pubblicavano quotidianamente frasi offensive sul suo presunto orientamento sessuale, accusandolo di essere omosessuale. Secondo il Tribunale, non essendovi nel nostro ordinamento giuridico il reato di omofobia, il dirigente scolastico doveva essere condannato per il reato di omissioni di atti d’ufficio.

Si deve rammentare anche il caso dell’insegnante che venne condannata dalla Corte d’Appello di Palermo per abuso dei messi di correzione ex art. 571 c.p., ad un anno di reclusione, per aver cercato di interrompere un atteggiamento di bullismo omofobico messo in atto da un alunno nei confronti di un suo coetaneo. In concreto la docente aveva fatto scrivere al bullo per 100 volte “sono un deficiente” e aveva aperto una discussione in classe sul caso.

A Milano un quattordicenne, era stato costretto ad abbandonare la scuola in quanto l’intera classe aveva posto in essere nei suoi confronti una forma di cyber-bullismo omofobico. Nello specifico alcuni ragazzi avevano creato un profilo instagram sul quale avevano postato diversi fotomontaggi che alludevano alla presunta omosessualità della vittima. Tutta la classe aveva partecipato alla discriminazione, chi aiutando a ritoccare le foto, chi pubblicandole e chi mettendo un semplice like ai post. I bulli avevano preso di mira anche la ragazza della vittima, deridendola perché aveva una relazione con un ragazzo omosessuale.

Può anche succedere, come è successo in un istituto scolastico di Imola che vittima del bullismo omofobico sia un insegnante e che i bulli siano i suoi stessi alunni. Questi si erano divertiti a scrivere, per diverso tempo, sulla lavagna, frasi volgari riferita all’orientamento sessuale dell’insegnante e di un suo amico, alludendo alla loro omosessualità.

La vittima, dopo mesi di battute infelici e insulti scritti alla lavagna aveva deciso di punite l’intera classe con una nota. Intervenuta la dirigente scolastica aveva chiesto di rimodulare la punizione inflitta dall’insegnante, ma in ogni caso il responsabile non era stato identificato così si decise per la sospensione dell’intera classe.

Tuttavia tali condotte non sempre vengono poste in essere da adolescenti nei confronti dei loro coetanei, ma come dimostra la sentenza della Corte di Cassazione pubblicata qualche settimana fa, possono rendersi autori di omofobia e bullismo anche persone oramai adulte.

Recentemente la Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 4815 del 2019 ha condannato il datore di lavoro al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti da un suo dipendente per averlo ripetutamente chiamato, nel corso degli anni, “finocchio” per la sua presunta omosessualità. Tale atteggiamento aveva creato nei confronti della vittima un perdurante stato di ansia ed un pregiudizio alla vita di relazione/professionale. A nulla sono valse le doglianze del ricorrente che riteneva trattarsi di un mero atteggiamento goliardico.

Gli Ermellini sono intervenuti anche con la sentenza n. 1126 del 2015 a far fronte ad un comportamento discriminatorio e lesivo della privacy, attuato nei confronti di un cittadino che aveva esternato il suo orientamento sessuale ad un operatore dell’ospedale militare di Augusta. Tale circostanza era stata trasmessa alla motorizzazione, la quale aveva richiesto all’interessato un nuovo esame di idoneità psico-fisica ritenendo non soddisfatti i requisiti psicofisici richiesti, sospendendogli di conseguenza la patente di guida.

Il Tar aveva sospeso il provvedimento, ritenendo che l’omosessualità

“non può considerarsi una malattia psichica”,

restituendo così l’idoneità alla guida al giovane che, tuttavia presentò una domanda di risarcimento danni e ottenne in primo grado una somma a titolo di risarcimento pari a 100 mila euro, che la Corte d’Appello ridusse ad appena 20 mila euro.

La Corte di Cassazione invece essendo in disaccordo con la decisione di secondo grado aveva disposto un nuovo processo d’appello al fine di liquidare alla vittima un risarcimento del danno congruo all’offesa cagionatagli.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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