SI INTEGRA IL REATO DI MALTRATTAMENTI PER LA MAESTRA CHE CHIUDE GLI ALUNNI IN UNA STANZA BUIA

La maestra che per punire gli alunni li chiude in una stanza buia risponde del delitto di maltrattamenti ex art. 572 c.p.

Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza n. 05205 del 2019

La Corte d’Appello aveva confermato la sentenza con la quale il giudice delle indagini preliminari del Tribunale aveva condannato l’imputata per il reato ex art. 572 del codice penale alla pena di due anni e otto mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese processuali in favore delle parti civili costituite.

L’articolo 572 del codice penale, nel disciplinare il delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi prevede che:

“Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

[La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di minore degli anni quattordici.]

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni”.

La Corte territoriale aveva condiviso le valutazioni del giudice di prime cure circa la piena attendibilità delle fonti testimoniali assunte, riscontrate dalle risultanze delle riprese audio-video effettuate all’interno della scuola materna nella quale lavorava come insegnante, nello specifico ritenendo integrato il delitto ex art. 572 del codice penale di maltrattamenti in considerazione della reiterazione delle condotte violente poste in essere nei confronti dei propri alunni, minorenni, del carattere sistematico del ricorso alla violenza fisica e morale, non suscettibile di essere inquadrata in alcun metodo educativo o di insegnamento, tenuto conto della tenera età dei bambini che frequentano la scuola materna.

Il difensore dell’imputata aveva sostenuto che le condotte ascrittele non integravano il delitto di maltrattamenti, in quanto rientranti nelle modalità di insegnamento della c.d. “vecchia scuola” più rigide rispetto a quelle morbide di oggi; infatti la donna aveva oltre trent’anni di esperienza nell’ambito dell’insegnamento con i bambini della scuola materna.

Nello specifico l’imputata seguiva la metodologia del “time out”, attraverso il ricorso alla c.d. “sedia del pensiero”, ossia invitava il bambino a sedersi su di una sedia posta vicino a lei in modo che questo potesse riflettere sulle proprie azioni e quando aveva compreso l’errore poteva tornare a giocare.

Secondo il difensore della donna le intercettazioni audio-video erano di pessima qualità e doveva ritenersi che questa avesse inflitto qualche leggero schiaffo agli alunni e che la stanza utilizzata per segregare i bambini più irrequieti sarebbe stata in realtà una camera ben illuminata e non buia.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno dichiarato il ricorso infondato in quanto la ricorrente aveva solamente proposto una diversa ed alternativa lettura delle risultanze istruttorie, riproducendo i medesimi motivi che hanno costituito l’oggetto delle censure di merito avanzate in sede di appello, già esaminate e respinte.

La Corte di Cassazione ha rammentato che:

“sul piano della qualificazione giuridica dei fatti si deve ribadire che integra il reato di maltrattamenti e non quello di abuso di mezzi di correzione la reiterazione di atti di violenza fisica e morale, anche qualora gli stessi possano ritenersi compatibili con l’intento correttivo ed educativo proprio della concezione culturale di cui l’agente è portatore. Neppure l’intenzione soggettiva è idonea a far entrare nell’ambito della fattispecie meno grave di abuso dei mezzi di correzione una condotta oggettiva di maltrattamenti, atteso che l’uso sistematico della violenza, ancorché sostenuta da animus corrigendi, esclude la configurabilità del reato meno grave di cui all’art. 571 c.p.”.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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