QUANDO L’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO COMMETTE PECULATO

Peculato per l’amministratore di sostegno che sottrae i soldi dal conto corrente del suo assistito

Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza n. 58237 del 2018

L’articolo 314 del codice penale disciplina il peculato e punisce:

“Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di danaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni e sei mesi.

Si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita”.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello e il Giudice dell’Udienza preliminare del Tribunale avevano ritenuto l’imputata colpevole per essersi appropriata in poco meno di un anno, quale amministratrice di sostegno del suocero, la somma di circa 60mila euro presenti sui conti correnti di quest’ultimo, con operazioni quali assegni circolari, bonifici, pagamenti e operazioni bancomat di vario genere.

Gli Ermellini, intervenuti per dirimere la questione hanno dichiarato infondato il motivo di ricorso presentato dall’avvocato dell’imputata, ritenendo che anche se fosse stato l’uomo ad ordinarle di eseguire le operazioni bancarie questa era a conoscenza delle sue condizioni di assoluta debolezza mentale.

L’imputata aveva preso la decisione di far ricoverare il suocero e di nominargli un amministratore di sostegno dopo che questo le aveva più volte chiesto del figlio, morto già da diversi anni.

I giudici avevano rilevato che l’imputata aveva alterato il provvedimento del giudice che autorizzava il prelievo dal conto corrente del suocere la somma di 10mila euro per il pagamento di rette non pagate della casa di cura, sostituendo la somma con 30mila euro e alterando altre parti per farsi autorizzare a prelevare altre somme.

Inoltre, il tutore subentrato all’imputata aveva osservato che, pur tenendo conto delle spese per il pagamento delle rette dovute alla casa di cura, risultavano ammanchi per quasi 250mila euro, di cui oltre 70mila euro concentrati nel periodo di imputazione.

Per tali motivi la Corte d’Appello aveva escluso la buona fede della nuora, ritenendo che la sua nomina quale amministratrice di sostegno le aveva permesso di gestire incondizionatamente i beni del soggetto incapace in questione e di poter far fronte alle sue difficoltà economiche.

La Corte di Cassazione da quanto sin ora emerso hanno affermato che è fuori discussione che vi sia la configurabilità del delitto di peculato, posto che l’imputato aveva la disponibilità delle somme oggetto di appropriazione in quanto amministratrice di sostegno nominata dal giudice tutelare, e quindi, a causa dell’esercizio di una funzione pubblica.

Dott.ssa Benedetta Cacace


VUOI RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO? ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Potrebbe interessarti

Questo sito utilizza cookie anche di terze parti. Continuando la navigazione acconsenti al loro utilizzo maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi