QUANDO AVVIENE LA RICONCILIAZIONE TRA SEPARAZIONE E DIVORZIO

NON C’È RICONCILIAZIONE TRA SEPARAZIONE E DIVORZIO IN CASO DI TIRA E MOLLA TRA MARITO E MOGLIE

Per poter porre fine al matrimonio, occorre dapprima separarsi e poi accedere al divorzio, anche detto, nel linguaggio giuridico, cessazione degli effetti civili del matrimonio (in caso di celebrazione secondo il rito religioso) e scioglimento del matrimonio (laddove la celebrazione sia stata eseguita secondo il rito civile).

Tra la separazione ed il divorzio deve incorrere un lasso di tempo, durante il quale i coniugi devono rimanere fermi nel proprio proposito e non dare segni di riconciliazione.

Tale tempistica è stata introdotta dal legislatore considerata la natura del matrimonio, istituzione questa non solo ritenuta sacra dalla religione, ma la cui importanza è riconosciuta anche dall’ordinamento, in primis a livello costituzionale.

I tempi dunque vengono stabiliti per permettere ai coniugi di riflettere con grave attenzione sulle proprie intenzioni.

Se prima della riforma del 2015 bisognava attendere 3 anni dalla separazione per accedere al divorzio, dopo la riforma tale termine è stato ridotto ad un anno in caso di separazione giudiziale e in sei mesi in caso di separazione consensuale.

Si può accedere direttamente al divorzio, omettendo la fase della separazione ed il tempo d’attesa tra una procedura e l’altra, solamente in caso di matrimonio non consumato;  annullamento o scioglimento di matrimonio celebrato all’estero; condanne per reati particolarmente gravi in ambito familiare (maltrattamenti, violenze, incesto, omicidio etc.) e cambiamento di sesso.

Nel caso in cui le parti si riappacifichino a seguito della pronuncia del Tribunale che dispone la separazione, il termine in argomento viene sospeso.

Per riappacificazione si intende un comportamento tenuto dai coniugi che lasci trapelare la loro volontà di non separarsi. Non ogni comportamento conciliante tuttavia comporta una riappacificazione ed invero la volontà deve emergere in modo incontrovertibile.

Ad esempio, anche quando i coniugi mettano in atto un “tira e molla”, non si può intendere una riconciliazione anche se vi sono stati anche periodi di convivenza.

Sul punto si è espressa la recente ordinanza della VI Sezione della Corte di Cassazione n. 27963 del  23 settembre 2022, con cui la Suprema Corte aveva chiarito che:

La parte che ha interesse a far accertare l’avvenuta riconciliazione dei coniugi, dopo la separazione, ha l’onere di fornire una prova piena e incontrovertibile, che il giudice di merito è chiamato a verificare, tenendo presente che, in mancanza di una dichiarazione espressa di riconciliazione, gli effetti della separazione cessano soltanto col fatto della coabitazione, la quale non può ritenersi ripristinata per la sola sussistenza di ripetute occasioni di incontro e di frequentazione, ove le stesse non depongano per una reale e concreta ripresa delle relazioni materiali e spirituali e che il relativo apprezzamento non può essere oggetto di sindacato di legittimità, in presenza di una motivazione adeguata ed esaustiva” (conf. Cass., 26 luglio 2019, n. 20323, richiamata anche dalla Corte di appello; Cass., 23 gennaio 2018, n. 1630).

Nella fattispecie sottesa alla pronuncia in argomento, accadeva che la moglie avesse impugnato in appello la sentenza che aveva pronunciato la cessazione degli effetti civili del proprio matrimonio, eccependo una riconciliazione con il marito, nel periodo seguente la pronuncia della separazione, cui conseguiva il mancato rispetto del termine minimo ex lege tra le due fasi.

L’appellante subiva tuttavia una sconfitta giacché, secondo la Corte di Appello, non aveva provato adeguatamente l’avvenuta ricomposizione della comunione coniugale di vita o quanto meno la ripresa della relazione amorosa.

In sostanza non era stato dimostrato il

superamento delle condizioni che avevano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza”.

Dunque l’appellante proponeva ricorso in Cassazione, denunciando la violazione dell’art. 157 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che il Giudice di secondo grado non avesse valutato correttamente gli atti e i documenti di causa da cui invece avrebbe dovuto desumere che la ripresa dei rapporti (anche se “a singhiozzo”) e la coabitazione, avevano determinato il ripristino del consortium vitae tra le parti. In particolare la ricorrente specificava che la convivenza e la riconciliazione tra i coniugi era ripresa a seguito della separazione e durava in modo ininterrotto per circa dieci mesi e che solo dopo tale periodo avveniva il “tira e molla”, cui faceva riferimento la Corte d’Appello.

In seconda istanza, la ricorrente lamentava la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, e degli art. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, poiché la Corte di appello aveva omesso di considerare, nella quantificazione dell’assegno divorzile, che la stessa aveva  sacrificato le proprie aspettative professionali, per contribuire alla cura della famiglia.

Per quel che interessa in tal sede, ovverosia in analisi del primo motivo, la Suprema Corte confermava la decisione della Corte d’Appello giacché tutto il materiale probatorio lasciava intendere che dal momento successivo alla separazione e per i seguenti dieci mesi, vi fosse stata solamente una ripresa dei rapporti a singhiozzo, circostanza questa incompatibile con la dimostrazione di una effettiva riconciliazione.

In accordo con la Corte territoriale, il Supremo consesso specificava che

la riconciliazione non consisteva nel mero ripristino della situazione “quo ante”, ma nella ricostituzione del consorzio familiare attraverso la ricomposizione della comunione coniugale di vita, vale a dire la ripresa di relazioni reciproche, oggettivamente rilevanti, tali da comportare il superamento di quelle condizioni che avevano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza e che si concretizzavano in un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione” (cfr. conf. Cass., 17 settembre 2014, n. 19535, pure richiamata dalla Corte territoriale; Cass., 24 dicembre 2013, n. 28655; Cass., 6 ottobre 2005, n. 19497).

Ritenuto quindi inammissibile ed infondato il primo motivo, al pari del secondo (la Corte di Appello aveva valutato correttamente e puntualmente l’apporto della ricorrente alla vita matrimoniale ed i suoi sacrifici), i Giudici di Piazza Cavour rigettavano il ricorso della donna.

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Cassazione civile sez. VI, 23.09.2022, (ud. 10.05.2022, dep. 23.09.2022), n.27963