LA REVOCA DELL’AMMINISTRATORE DI SOCIETÀ PER GIUSTA CAUSA EX ART. 2383 DEL CODICE CIVILE

La Corte di Cassazione con la sentenza 26 gennaio 2018, n.2037  illustra i termini in cui una società, sia essa di persone o di capitali, può revocare l’amministratore qualora sia venuto a mancare il rapporto fiduciario.

L’argomento è particolarmente rilevante in quanto il comma 3 dell’art. 2383 cod. civ. pur prevendo che “gli amministratori … sono revocabili dall’assemblea in qualunque tempo” ossia durante tutta la durata del rapporto, indipendentemente dagli esercizi stabiliti in origine per la carica, sancisce altresì “il diritto dell’amministratore al risarcimento dei danni, se la revoca avviene senza giusta causa”.

È chiaro, dunque, che a fronte di un possibile danno economico la società non deve lasciare nulla al caso.

La sentenza in commento chiarisce come

la “giusta causa” di revoca è nozione distinta sia dal mero “inadempimento”, sia dalle “gravi irregolarità” di cui all’art. 2409 c.c.: essa riguarda circostanze sopravvenute, anche non integranti inadempimento, provocate o no dall’amministratore stesso, che però pregiudicano l’affidamento dei soci nelle sue attitudini e capacità: in una parola, il rapporto fiduciario tra le parti (cfr., in tal senso, Cass. 23 marzo 2017, n. 7475; 15 ottobre 2013, n. 23381; 14 maggio 2012, n. 7425; 5 agosto 2005, n. 16526; 7 agosto 2004, n. 15322; 21 novembre 1998, n. 11801; 22 giugno 1985, n. 3768)”.

La giusta causa, dunque, è integrata da ogni fatto che sia idoneo a compromettere il legame di fiducia con la società, e, per essa, con i soci.

Sotto altro profilo,

la proporzionalità della revoca ai fatti imputati all’amministratore si risolve nella valutazione della idoneità di questi ultimi a turbare il rapporto di fiducia (così, in tema di dirigente aziendale, Cass. 7 agosto 2004, n. 15322)”.

La Suprema Corte osserva che quando l’amministratore revocato agisce in giudizio facendo valere il diritto al risarcimento del danno, la posizione sostanziale di attore spetta alla società, onerata della prova della giusta causa di revoca, secondo i parametri sopra indicati, mentre l’amministratore è il convenuto sostanziale.

Dall’altra parte, l’amministratore sarà però tenuto a provare la sussistenza dei danni lamentati.

Questi possono consistere “nel lucro cessante” e cioè “nel compenso non percepito per il periodo in cui l’amministratore avrebbe conservato il suo ufficio, se non fosse intervenuta la revoca” ma anche in danni ulteriori e diversi come “il pregiudizio per la lesione della reputazione e per i mancati guadagni da discredito reputazionale” i quali, in ogni caso, devono essere specificamente allegati e dimostrati come conseguenza immediata e diretta della revoca stessa.

Ciò illustrato in punto di diritto, la pronuncia in esame conferma il principio giurisprudenziale secondo cui le delibere assembleari delle società di persone così come quelle delle società di capitali devono essere adeguatamente motivate.

La società che intenda revocare l’amministratore per giusta causa ai sensi dell’art. 2383, comma 3, cod. civ. – per non incorrere nel pericolo di dover risarcire i danni da esso patiti – è tenuta ad enunciare espressamente nella delibera assembleare quali sono le ragioni di revoca

che devono presentare i caratteri di effettività ed essere ivi riportate in modo adeguatamente specifico” mentre “la deduzione in sede giudiziaria di ragioni ulteriori non è ammessa, restando esse ormai quelle indicate nella deliberazione”.

In definitiva, in ipotesi di controversia, le ragioni enunciate nella deliberazione di revoca sono le sole che possono e debbono essere allegate e provate dalla società, la quale non può dedurne (o lo farà in modo irrilevante) ulteriori o diverse.

Avv. Vittore Martignon


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