IL CYBERBULLISMO NELLE SUE VARIE MANIFESTAZIONI

Cyberbullismo: facciamo chiarezza su questo fenomeno “troppo” diffuso

Il cyberbullismo alla luce della L. n. 71 del 29 maggio 2017

La Direttiva Ministeriale del 5 febbraio 2007, n. 16 afferma che il termine italiano “bullismo” deriva dall’inglese “bullying”, parola utilizzata per definire il fenomeno delle prepotenze tra pari in contesto di gruppo.

Il fenomeno in questione si configura come un atteggiamento dinamico, multidirezionale e relazionale che non riguarda solamente l’interazione del prevaricatore con la sua vittima ma concerne tutti gli appartenenti al medesimo gruppo con ruoli differenti.

La Direttiva in esame infatti specifica che:

“Il comportamento del bullo è un tipo di azione continuativa e persistente che mira deliberatamente a far del male o danneggiare qualcuno. La modalità diretta si manifesta in prepotenze fisiche e/o verbali. La forma indiretta di prevaricazione riguarda una serie di dicerie sul conto della vittima, l’esclusione dal gruppo dei pari, l’isolamento, la diffusione di calunnie e di pettegolezzi e altre modalità definite di “cyberbullying” inteso quest’ultimo come particolare tipo di aggressività intenzionale agita attraverso forme elettroniche. Questa nuova forma di prevaricazione, che non consente a chi la subisce di sfuggire o nascondersi e coinvolge un numero sempre più ampio di vittime, è in costante aumento e non ha ancora un contesto definito. Ciò che appare rilevante è che oggi non è più sufficiente educare a decodificare l’immagine perché i nuovi mezzi hanno dato la possibilità a chiunque non solo di registrare immagini ma anche di divulgarle”.

Nel caso in cui le condotte sopradescritte siano poste in essere con l’ausilio di internet e dei social network, tale fenomeno prende il nome di cyberbullismo.

Al fine di combattere tale fenomeno alquanto diffuso, il nostro legislatore ha emanato la L. n. 71 del 29 maggio 2017; nella quale si legge all’art. 1, comma 2 che per cyberbullismo si intende:

“qualunque forma di pressione, aggressione,  molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno  di minorenni, realizzata per via telematica, nonche’ la diffusione di contenuti on line aventi  ad oggetto  anche uno o piu’ componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”.

Il legislatore con la Legge sopramenzionata ha rifiutato l’ipotesi penale, ed ha invece focalizzato la propria azione da un lato, sulla possibilità attribuita alla vittima di chiedere sia l’oscuramento ed il blocco del sito internet sia l’ammonimento, da parte del questore, nei confronti del cyberbullo, e, dall’altro, nel predisporre tutta una serie di opere di conoscenza e di prevenzione sia a livello nazionale sia, nell’ambito di ogni istituto scolastico.

Il cyberbullismo viene punito nel nostro ordinamento ex art. 2043 del c.c., norma che disciplina la responsabilità extracontrattuale, e prevede che chiunque commetta un fatto doloso o colposo idoneo a cagionare ad altri un danno ingiusto è tenuto al risarcimento del danno.

Se il soggetto che pone in essere la condotta di cyberbullismo è maggiorenne al momento dei fatti o lo diventa nel corso della causa, questo risponderà ex art. 2043 c.c. in proprio per i danni causati alle vittime; nel caso in cui questo invece sia minorenne, saranno i suoi genitori ad addossarsi la responsabilità ex art. 2048 c.c.

Da ultimo, se il soggetto agente è incapace di intendere e volere si applicheranno gli articoli 2046 c.c.

“Non risponde delle conseguenze del fatto dannoso chi non aveva la capacità d’intendere o di volere  al momento in cui lo ha commesso, a meno che lo stato d’incapacità derivi da sua colpa” e 2047 c.c. “In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto […]”.

Recentemente, il Tribunale di Sulmona, con la pronuncia n. 103 del 9 aprile 2018 ha confermato la responsabilità genitoriale al risarcimento dei danni cagionati dai figli minori che pongano in essere condotte di cyberbullismo, a danni di terzi, salvo che non dimostrino di aver correttamente adempiuto al proprio obbligo educativo ed ai doveri di vigilanza.

Nello specifico alcuni ragazzini avevano postato una foto, ritraente una loro coetanea senza vestiti, su un noto social network, creando un falso profilo pubblico.

Inoltre la sentenza in commento ha precisato che:

“L’invio non autorizzato a terzi tramite messaggistica istantanea di una foto ritraente l’immagine nuda di una persona  lede una pluralità di interessi attinenti alla sfera privata, costituzionalmente rilevanti e protetti dall’art. 2 Cost. onde è certamente risarcibile, ex art. 2059 cod. civ., il danno non patrimoniale che ne consegue”.

Ancora, il Tribunale di Monza, con la sentenza n. 3134 del 9 novembre 2009, n. 3134, aveva condannato ex art. 2048 c.c., i genitori del cyberbullo per culpa in educando e in vigilando, in quanto il minore aveva ripreso con il proprio telefono cellulare l’atteggiamento irriverente posto in essere da alcuni suoi compagni di classe nei confronti dell’insegnante e lo aveva postato su youtube aggiungendovi diversi commenti offensivi.

Infine merita di essere menzionata la sentenza n.18 del 16 gennaio 2012 del Tribunale di Teramo, sezione distaccata di Giulianova, con cui i giudici hanno applicato il principio secondo cui i genitori di figli minorenni per essere esenti dalla responsabilità ex art. 2048 c.c., devono provare di aver compiutamente adempiuto all’onere educativo previsto dall’art. 147 c.c.

Nel caso di specie i ragazzini avevano creato un gruppo su Facebook al fine di raggruppare tutte le persone che odiavano una loro compagna di classe, pubblicando quotidianamente, per diversi giorni frasi ingiuriose e minacciose palesemente riconducibili alla sua persona.

Il fatto che la condotta si sia protratta per diverso tempo aveva fatto ritenere al giudice integrata la prova che i genitori dei minori non avessero posto in essere le necessarie attività di verifica e di controllo sui valori educativi impartiti ai figli.

Da ultimo merita di essere citata la sentenza del Tribunale di Brescia del 22/06/2017 n. 1955 con cui è stata confermata la responsabilità dell’istituto scolastico per aver alcuni studenti diffuso in rete, con l’utilizzo del telefono cellulare, durante l’orario di lezione, alcuni video lesivi dell’altrui reputazione. Per i giudici è stato sufficiente, al fine di condannare l’istituto scolastico, il fatto noto che la diffusione di contenuti video lesivi tra ragazzi potesse verificarsi in orario scolastico trattandosi “di attività del tutto prevedibili in ragazzi di età pre-adolescenziale”.

Avv. Tania Busetto

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