DI NUOVO SUI COMPENSI DEGLI AVVOCATI: MAI LIQUIDATI SOTTO I MINIMI

Ancora una sentenza che conferma che i compensi dell’avvocato non possono scendere sotto i minimi

Corte di Cassazione, sesta sezione civile, sentenza n. 1522 del 2019

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento ha ribadito che il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso del legale, solamente nel caso in cui vi sia un apprezzabile scostamento dai valori medi, fermo restando che il superamento dei valori minimi incontra il limite posto dal secondo comma dell’articolo 2233 del codice civile.

L’articolo in questione prevede che:

“Il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene.

In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione.

Sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali”.

Nel caso di specie i ricorrenti avevano adito la Corte di Cassazione avverso il decreto emanato dalla Corte d’Appello, con il quale aveva condannato il Ministero della Giustizia all’equa riparazione in favore dei ricorrenti, pari a 500 euro ciascuno, per l’irragionevole durata di un giudizio di equa riparazione iniziato diversi anni prima innanzi alla Corte d’Appello e molti anni dopo in Cassazione.

La Corte d’Appello di aveva altresì liquidato Euro 203 a titolo di compenso, sulla base del “minimo previsto” per la “semplicità del giudizio” e “esiguità delle somme” oggetto di lite.

I ricorrenti denunciano violazione dell’art. 91 c.p.c. e dell’art. 2233 c.c., comma 2, nonché del D.M. n. 55 del 2014, per avere la Corte d’Appello liquidato le spese processuali in maniera inferiore rispetto ai minimi previsti dal D.M. n. 55 del 2014, Tabella 12.

Secondo gli Ermellini, intervenuti sulla questione, il motivo di ricorso è fondato, in quanto, secondo costante orientamento giurisprudenziale:

“il procedimento per l’equa riparazione del pregiudizio derivante dalla violazione del termine di ragionevole durata del processo deve essere considerato, ai fini della liquidazione dei compensi spettanti all’avvocato, quale procedimento avente natura contenziosa, con la conseguenza che, trova applicazione nel D.M. 10 marzo 2014, n. 55, tabella 12 allegata”.

Peraltro, è stato anche chiarito che

“in tema di liquidazione delle spese processuali successiva al D.M. n. 55 del 2014, non sussistendo più il vincolo legale della inderogabilità dei minimi tariffari, i parametri di determinazione del compenso per la prestazione defensionale in giudizio e le soglie numeriche di riferimento costituiscono criteri di orientamento e individuano la misura economica standard del valore della prestazione professionale; pertanto, il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso solo in caso di scostamento apprezzabile dai parametri medi, fermo restando che il superamento dei valori minimi stabiliti in forza delle percentuali di diminuzione incontra il limite dell’art. 2233 c.c., comma 2, il quale preclude di liquidare somme praticamente simboliche, non consone al decoro della professione. La liquidazione disposta dalla Corte di Perugia opera, invece, una globale determinazione dei compensi, in misura notevolmente inferiore a quelli minimi di cui al D.M. 10 marzo 2014, n. 55, tabella 12 allegata, senza dare alcuna adeguata motivazione”.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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