BULLISMO E REAZIONE DELLA VITTIMA – CASSAZIONE


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Un’interessante pronuncia della Cassazione sul fenomeno del bullismo

Corte di Cassazione, terza sezione civile, sentenza n. 22541 del 2019

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento si è trovata ad affrontare un tema alquanto delicato, ossia la legittimità della reazione di una vittima di bullismo.

La vicenda giudiziaria

Nel caso di specie un ragazzino, aveva reagito, anche se non provocato in quell’occasione, colpendo al volto con un pugno un coetaneo che aveva posto in essere nei suoi confronti atti di bullismo, provocandogli l’avulsione dell’incisivo superiore laterale di sinistra, la lussazione dell’incisivo centrale ed escoriazioni al labbro.

La vittima dell’aggressione aveva convenuto in giudizio, innanzi al Tribunale, l’aggressore ed i rispettivi genitori, al fine di ottenere la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti. Il Tribunale aveva dichiarato il difetto di legittimazione passiva nei confronti dei genitori del danneggiante ed aveva altresì accertato il concorso di colpa del danneggiato nel verificarsi dell’evento dannoso.

Nell’impugnare la sentenza di primo grado i ricorrenti contestano il concorso di colpa del figlio, adducendo che fosse stato vittima di bullismo e chiedevano che venisse accertato il suo esonero da responsabilità.

La Corte d’Appello aveva ritenuto responsabili i genitori in solido con il figlio dei danni da questi cagionato ex art. 2048 c.c., e che la causa del danno fosse autonoma e non consequenziale alla provocazione, essendo il comportamento offensivo e persecutorio collocato in una fase temporale diversa da quella della reazione di quest’ultimo, non avesse agito per legittima difesa ma per aggredire fisicamente il proprio rivale.

La Corte di Cassazione, nel respingere il primo motivo di gravame ha ritenuto che i genitori del ragazzo danneggiante non avessero provato di aver reso il proprio figlio capace di dominare i propri istinti, di fronteggiare alle altrui offese e di rispettare il prossimo, sì da andare esenti dalla presunzione di responsabilità ex art. 2048 c.c.

I ricorrenti si erano limitati nel merito ad invocare l’esenzione da responsabilità del proprio figlio, giustificando il suo comportamento antigiuridico quale reazione agli atti di bullismo cui la vittima lo avrebbe reso oggetto.

Gli Ermellini, con la sentenza n. 18804 del 2009 avevano già precisato che:

“l’educazione è fatta non solo di parole, ma anche e soprattutto di comportamenti”.

Dalla tipologia di fatto illecito, dalle modalità in cui si ebbe a  verificarsi  e dalle giustificazioni dei genitori, i giudici di merito hanno ritenuto che i genitori del danneggiante non avessero vinto la presunzione di responsabilità su di loro gravante.

Si deve rammentare che la prova liberatoria richiesta ai genitori ex art. 2048 c.c., di non aver potuto impedire il fatto illecito commesso dal figlio minore coincide con la dimostrazione, oltre che di aver impartito al minore un’educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari, anche di aver esercitato sul minore una vigilanza adeguata all’età e finalizzata a correggere comportamenti non corretti.

Con il secondo motivo di ricorso i genitori del minore lamentano che la Corte territoriale avesse errato nel ritenere inapplicabile l’art. 1227 c.c., in ragione del fatto che il minore aveva adottato il comportamento in questione in un momento diverso da quello in cui aveva subito l’aggressione, in quanto avrebbe dovuto tenere in considerazione i fenomeni di bullismo che avevano preceduto la reazione.

Tale motivo merita accoglimento dato che la decisione impugnata non è stata in grado di penetrare il contesto situazionale in cui si erano svolti i fatti e di conseguenza non vi ha adattato la regola causale.

“la regola di causalità applicata dal giudice, adeguata all’ipotesi in cui il destinatario di una provocazione anziché reagire istintivamente e contestualmente alla provocazione ricevuta, commisurandone modi e tempi, covi una vendetta che sfoci in un atto di aggressione violenta che, sfilacciando la dipendenza causale con il fatto che l’aveva originata, si pone alla base di una nuova ed autonoma sequenza causale, si rileva inappagante, invece, nel caso di colui che viene reiteratamente provocato e dileggiato e che reagisca alle offese di cui è stato vittima. Viene ritenuta, infatti, una regola di esperienza che colui che è reiteratamente aggredito reagisce come può per far cessare l’altrui condotta lesiva”.

Nel caso in cui l’autore della reazione sia, come nel caso di specie, un adolescente vittima di bullismo, si deve altresì tener conto che la sua personalità non si è ancora formata in modo saldo e positivo rispetto alla sequela vittimizzante cui è stato sottoposto, per tale motivo è plausibile che la sua reazione possa estrinsecarsi in comportamenti aggressivi.

“pur dovendosi neutralizzare e condannare l’istinto di vendetta del minore bullizzato, è innegabile che la risposta ordinamentale non possa essere solo quella della condanna dell’atto reattivo come comportamento illecito a sé stante, ignorando le situazioni di privazione e di svantaggio che ne costituivano il sostrato, non solo perché l’ignoranza e la sottovalutazione possono attivare un circolo negativo di vittimizzazione interiore, ma anche perché il bullismo non dà vita ad un conflitto meramente individuale, e richiede un coacervo di interventi coordinati che, oltre a contenere il fenomeno, fungano da diaframma invalicabile che si interponga tra l’autore degli atti di bullismo e le persone offese, anche onde rendere del tutto ingiustificabile la reazione di queste ultime”.

È doveroso quindi che l’ordinamento si dimostri sensibile nei confronti di chi è esposto continuamente a condizioni vittimizzanti idonee a provocare le reazioni rispetto alle sollecitazioni negative ricevute.

Avv. Tania Busetto

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