BESTIAME IN FUGA E SINISTRI


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No al caso fortuito se un capo del bestiame scappa e rischia di provocare un disastro ferroviario

Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 29922 del 2019

Nel caso di specie sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello avevano condannato l’imputato ex art. 450 c.p., per pericolo di disastro ferroviario, in quanto aveva omesso di vigilare sul pascolo di un bovino di sua proprietà, determinando l’invasione da parte dell’animale della sede ferroviaria e del suo successivo investimento da parte di un treno.

L’articolo 4350 c.p. dispone che:

“Chiunque, con la propria azione od omissione colposa, fa sorgere o persistere il pericolo di un disastro ferroviario, di un’inondazione, di un naufragio, o della sommersione di una nave o di un altro edificio natante, è punito con la reclusione fino a due anni.

La reclusione non è inferiore a un anno se il colpevole ha trasgredito ad una particolare ingiunzione dell’Autorità diretta alla rimozione del pericolo.”

Nel ricorrere in Cassazione l’imputato lamenta l’erronea valutazione delle prove da parte dei giudici di merito in quando sarebbe sussistito il caso fortuito, per essere l’animale custodito in un pascolo con recinzione danneggiata da un soggetto terzo.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno dichiarato infondato il ricorso, rammentando come secondo costante orientamento giurisprudenziale

“il caso fortuito è quell’avvenimento imprevisto e imprevedibile che si inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente”.

Non può pertanto ritenersi, come sostenuto dal ricorrente, che l’eventuale danneggiamento della recinzione da parte di terzi fosse da considerarsi un caso fortuito.

Come precisato anche con la sentenza di Cassazione n. 19373 del 2007,

“il caso fortuito si verifica quando sussiste il nesso di causalità materiale tra la condotta e l’evento, ma fa difetto la colpa, in quanto l’agente non ha causato l’evento per sua negligenza o imprudenza; questo quindi non è in alcun modo riconducibile all’attività psichica del soggetto”.

Da quanto appena dedotto ne deriva che, nel caso in cui una pur minima colpa possa essere attribuita all’agente, in relazione all’evento dannoso realizzatosi, automaticamente viene meno l’applicabilità della disposizione di cui all’art. 45 c.p.

I giudici di merito avevano correttamente applicato i principi sopra esposti, individuando la regola cautelare cui doveva fare ossequio l’imputato per impedire la fuga del suo bestiame; evento prevedibile in mancanza di un costante controllo della recinzione.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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