ADOZIONE E LA VOLONTÀ DI CONOSCERE LE PROPRIE ORIGINI


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Adozione: la richiesta all’accesso delle informazioni riguardanti le proprie origini

Tribunale per i minorenni di Genova, decreto del 13 maggio 2019

Il Tribunale per i minorenni di Genova ha dovuto affrontare una questione alquanto delicata, mai affrontata sin ora, ossia il caso di una donna adottata in tenera età che aveva fatto richiesta di conoscere le proprie origini, nonché l’identità della madre biologica che al momento del parto aveva deciso di rimanere anonima. Fin qui nulla di strano se non fosse che la madre biologica all’epoca della richiesta era deceduta da diversi anni e che vi fosse la presenza di altri due fratelli biologici della richiedente.

Innanzitutto si deve richiamare la sentenza n. 278 del 2013 della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 28, comma 7, della l. n. 184/1983 così come novellato dall’art. 24, comma 7 della l. n. 149/2001

“nella parte in cui non prevede -attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza- la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30, comma 1, del d.p.r. 3 novembre 2000, numero396- su richiesta del figlio, ai fini di un eventuale revoca di tale dichiarazione”.

Dai documenti era emerso che la madre della richiedente era “secondipara” e che aveva già avuto una prima figlia diversi anni prima della ricorrente e che in seguito aveva avuto un altro figlio, il cui relativo padre e marito era deceduto così come lei; per tale motivo non si è potuto procedere ad un suo interpello.

Il Tribunale ha ritenuto di non poter autorizzare l’accesso alle informazioni sull’identità della madre evidenziando come l’evoluzione normativa e giurisprudenziale sul tema dell’accesso alle origini in presenza di madre che ha fatto la scelta dell’anonimato prende le mosse dalla sentenza  della Corte Europea dei diritti dell’Uomo del 25 settembre 2012, ricorso n. 33783 del 2009, Godelli c.Italia. Nella sentenza richiamata non veniva preso in minima considerazione né il caso della presenza di fratelli né l’ipotesi del decesso della madre.

Nel dichiarare illegittima la disciplina dell’art. 28 della l. 184/83 la Corte di sofferma solamente sul rapporto madre-figlio senza prendere in considerazione soggetti terzi, evidenziando come anche il diritto del figlio a conoscere le proprie origini costituisce un elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona, ed il bisogno di conoscenza rappresenta uno di quegli aspetti della personalità che possono condizionare l’intimo atteggiamento e la vita di relazione di una persona.

L’articolo 93, secondo comma del d.lgs n. 196 del 2003 dispone che:

“Il certificato di assistenza al parto o la cartella clinica, ove comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata avvalendosi della facoltà di cui all’art. 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, possono essere rilasciati in copia integrale a chi vi abbia interesse, in conformità alla legge, decorsi cento anni dalla formazione del documento”.

Il fondamento di tale sistema si basa sulla ritenuta esigenza di prevenire a turbative nei confronti della madre in relazione all’esercizio di un suo “diritto all’oblio” e al tempo stesso sull’esigenza di salvaguardare erga omnes la riservatezza circa la sua identità.

Il tema del decesso della madre è stato invece affrontato dalla Cassazione con tre distinte pronunce; in particolare la n. 22838/2016 evidenzia come in caso di decesso non si possa procedere all’interpello con le modalità adottate dai Tribunali per i minorenni:

“Tale procedimentalizzazione è inutilizzabile, tuttavia, nella fattispecie dedotta nel presente giudizio, dal momento che è impossibile procedere all’interpello della madre naturale, perché non più in vita. In tale ipotesi, non appare, prima facie, possibile procedere ad alcun bilanciamento d’interessi. Se si riconosce all’adottato anche in questa peculiare ipotesi il diritto di conoscere le proprie origini, si cancella lo speculare diritto all’anonimato della madre biologica, ancorché il legislatore abbia voluto preservarlo fino a cento anno dalla nascita del figlio ex art. 93. Se invece si conserva il diritto all’anonimato, in mancanza della possibilità dell’interpello della madre, si vanifica del tutto il diritto del figlio a conoscere le proprie origini”.

Pertanto la Corte ritiene di risolvere la questione sostenendo che il diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini deve essere garantito anche nel caso in cui non sia più possibile procedere all’interpello della madre naturale.

In tale senso si è espressa anche la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15024 del 2016 che ha chiarito come l’irreversibilità del segreto sull’identità della madre naturale non è più compatibile con l’attuale configurazione del diritto all’identità personale così come desumibile dall’interpretazione integrata dell’art. 2 della Costituzione e dell’articolo 8 della CEDU.

Invece il tema dei fratelli è stato affrontato dalla Cassazione con la sentenza n. 6963 del 2017 ed è stato chiarito che il diritto a conoscere le proprie origini costituisce un’espressione essenziale del diritto all’identità personale,

“lo sviluppo equilibrato della personalità individuale e relazionale si realizza soprattutto attraverso la costituzione della propria identità esteriore, di cui il nome e la discendenza giuridicamente rilevante e riconoscibile costituiscono elementi essenziali, e di quella interiore”.

Tale diritto non è assoluto ma deve essere contemperato attraverso l’interpello della madre biologica al fine di verificarne il consenso all’eventuale revoca della scelta dell’anonimato fatta al momento della nascita.

Può legittimamente determinarsi una contrapposizione tra il diritto del richiedente di conoscere le proprie origini, e quello delle sorelle e dei fratelli a non voler rivelare la propria parentela biologica ed a non voler mutare la costruzione della propria identità attraverso la conoscenza d’informazioni ritenute negativamente indicenti sul raggiunto equilibrio di vita.

Detto ciò si conviene come solamente nei confronti dei genitori biologici il diritto dell’adottato, che voglia conoscere le proprie origini, si può configurare alla stregua di un diritto potestativo.

Nei confronti delle sorelle e dei fratelli si deve procedere ad un bilanciamento degli interessi tra chi chiede di conoscere le proprie origini e chi per appartenenza al nucleo familiare può soddisfare tale esigenza.

Secondo il Collegio nel caso di specie non è possibile accogliere la richiesta della donna, ossia rivelare l’identità della madre senza rivelare quella dei fratelli, in quanto la ricorrente sarebbe in grado di entrare in contatto con questi ultimi senza che questi siano stati preparati o informati, né tanto meno che si possa procedere all’interpello dei fratelli.

Si potrebbe procedere all’interpello solamente nel caso in cui ci fossero degli elementi dai quali desumere che gli stessi siano a conoscenza della vicenda adottiva, ma tale dato nella vicenda in esame non è desumibile.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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