AVVOCATI E PENSIONE


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La Cassazione si pronuncia in tema di pensione degli avvocati

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 30421 del 2019

Nel caso di specie, sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano respinto la domanda riconvenzionale con la quale la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense aveva chiesto di dichiarare l’inefficacia ai fini del calcolo della pensione di vecchiaia liquidata ad un avvocato, degli anni 2000 e 2001, per i quali il pagamento dei contributi non era stato integrale, difettando il contributo minimo e una parte del contributo integrativo che non potevano essere recuperati in quanto prescritti.

I giudici di merito avevano richiamato la sentenza n. 5672/2012 della Corte di Cassazione che aveva statuito che

“nessuna norma della legge professionale prevede, così come invece avviene per i lavoratori dipendenti, che l’annualità non possa essere accreditata ove i versamenti contributivi siano inferiori al dovuto”.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione, hanno dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando come nella pronuncia sopra richiamata si è avuto modo si chiarire che

“nessuna norma della previdenza forense prevede che la parziale omissione del versamento dei contributi determini la perdita o la riduzione dell’anzianità contributiva e dell’effettività di iscrizione alla Cassa, giacché la normativa prevede solo il pagamento di somme aggiuntive”.

L’articolo 2 della l. n. 576 del 1980, come sostituito dall’articolo 1 della l. n. 11 febbraio 1992, n. 141 prevede che la pensione di vecchiaia

“è pari, per ogni anno di effettiva iscrizione e contribuzione, all’1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali”.

Il termine “effettivo” non può interpretarsi come precettivo del fatto che la contribuzione debba essere “integrale”, in quanto la comune accezione del termine non fa alcun riferimento ad una “misura”.

L’aggettivazione utilizzata sta invece ad indicare che la pensione si commisura sulla base della contribuzione “effettivamente” versata, escludendo così ogni automatismo delle prestazioni in mancanza di contribuzione, principio che invece opera per il lavoro dipendente e che è ovviamente inapplicabile alla previdenza dei liberi professionisti, in cui l’iscritto e beneficiario delle prestazioni è anche l’unico soggetto tenuto al pagamento della contribuzione.

L’avvocato è tenuto al pagamento di un contributo soggettivo ex art. 10 della l. n. 576 del 1980, commisurato al reddito Irpef e determinato sulla base di scaglioni di reddito, con una misura minima predeterminata ed un contributo integrativo ex art. 11, ossia una maggiorazione percentuale su tutti i corrispettivi rientranti nel volume annuale d’affari ai fini dell’IVA.

Nessuna disposizione della legge professionale prescrive che l’annualità non possa essere accreditata, nel caso in cui i versamenti siano inferiori ad una determinata soglia, pertanto “non vi è quindi la regola del c.d. minimale per la pensionabilità, come invece previsto per i lavoratori dipendenti”.

Tale meccanismo fa sì che vengano computati sia ai fini dell’anzianità contributiva, sia ai fini della misura della pensione, anche gli anni in cui si è versato meno del dovuto.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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