ATTENZIONE AD UTILIZZARE IL PROPRIO CANE PER SPAVENTARE I VICINI

Commette il reato di “stalkingchi utilizza il proprio cane per spaventare i vicini di casa

Corte di Cassazione, quinta sezione penale, sentenza n. 31981 del 2019

La Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la sentenza n. 31981 del 2019 ha chiarito che il condomino che pone in essere atti persecutori nei confronti del vicino di casa, e nel caso specifico utilizzando il proprio cane per spaventare i componenti della famiglia, per costringerlo a vendere risponde del reato ex art. 612 bis c.p.

Nel caso di specie la Corte d’Appello, in accordo con la decisione di primo grado aveva condannato gli imputati per il reato di atti persecutori, in danno di due coniugi vicini di casa, per aver cagionato loro e alle loro figlie minorenni un perdurante e grave stato di ansia.

Nel ricorrere in Cassazione gli imputati lamentano che il giudice di secondo grado avrebbe trasformato uno “stalking indiretto” in uno “stalking nella sostanza diretto alle due bambine”, nonostante l’incompatibilità tra la commissione della condotta in via indiretta e il dolo proprio del delitto di cui all’art. 612 bis c.p. che, pur potendo essere generico deve in ogni caso essere direttamente e volontariamente finalizzato alla produzione di un evento.

Nel disciplinare gli atti persecutori l’art. 612bis c.p. dispone che:

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata”.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno dichiarato inammissibile il ricorso rammentando che, poiché la fattispecie fi cui all’art. 612 bis c.p. ha natura di reato abituale e di evento, il dolo è da ritenersi senz’altro unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica; ma ciò non sta a significare che l’agente debba rappresentarsi e volere fin dall’inizio la realizzazione della serie degli episodi, ben potendo solo realizzarsi in modo graduale ed avere ad oggetto la continuità nel complesso delle singole parti della condotta.

Pertanto si tratta di un dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza dell’idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice.

Nel caso di specie le reiterate condotte persecutorie poste in essere dai ricorrenti avevano determinato un grave e perdurante stato di ansia e paura non solo nei coniugi ma anche nelle loro figlie minorenni. Nello specifico tali condotte persecutorie avevano ad oggetto il lasciare libero il cane negli spazi condominiali pur essendo consapevoli che tale pratica arrecava un forte disagio alle minori, unitamente ad insulti e minacce rivolti all’intera famiglia.

La Cassazione da ultimo ribadisce che:

“la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata”.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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