VIOLAZIONE DEI LIMITI DI ORARIO DEL LAVORO: SI AL RISARIMENTO DEL DANNO

Se l’espletamento di attività lavorativa violi i limiti di orario settimanale, e si sconfini nell’abnormità  sorge in capo al lavoratore il diritto al risarcimento dei danni psico-fisici patiti

Corte di Cassazione, sezione lavoro, ordinanza n. 12540 del 2019

Il caso di specie origina da un ricorso proposto da un dipendente di una società, con mansioni di vigilanza, che aveva adito il Tribunale di primo grado, sostenendo di aver prestato negli ultimi quattro anni numerose ore di lavoro oltre l’orario ordinario di 40 ore settimanali, così come previsto dal contratto collettivo nazionale, senza percepire l’esatta retribuzione.

Il Tribunale aveva in parte respinto la domanda, rilevando che le ore di straordinario effettuate dal ricorrente erano state da lui richieste. La Corte d’Appello invece aveva accolto il gravame del lavoratore ritenendo che sebbene il lavoratore avesse chiesto di effettuare delle ore di lavoro straordinario, l’articolo 81 del CCNL non permetteva di protrarre la prestazione lavorativa straordinaria oltre l’esigibile.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno chiarito che i lavoratori che prestano il proprio servizio oltre le 48 ore settimanali hanno diritto all’accantonamento delle stesse nella c.d. “banca ore” e se non usufruite con permessi devono essere compensate con una maggiorazione pari al 30%.

La prestazione lavorativa

“eccedente, che supera di gran lunga i limiti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva e si protrae per diversi anni, cagiona al lavoratore un danno da usura psico-fisica, di natura non patrimoniale e distinto da quello biologico, la cui esistenza è presunta nell’an in quanto lesione del diritto garantito dall’art. 36 Cost., mentre ai fini della determinazione occorre tenere conto della gravità della prestazione e delle indicazioni della disciplina collettiva intesa a regolare il risarcimento de qua”.

Nel caso in oggetto il lavoratore aveva prestato solamente in riferimento al primo anno, oltre 1.440 ore rispetto al contratto, e per tale motivo rilevata l’abnormità della prestazione eseguita si è concluso per l’idoneità da sé a compromettere l’integrità psico-fisica e la vita di relazione del lavoratore stesso.

Per quanto riguarda invece la questione inerente al “concorso colposo” del lavoratore, che avrebbe egli stesso richiesto di protrarre più del necessario la propria attività lavorativa, deve venire alla luce che, come rilevato anche dal giudice di merito,

“a fronte di un obbligo ex art. 2087 c.c. per il datore di lavoro di tutelare l’integrità psico-fisica e la personalità morale del lavoratore, la volontarietà di quest’ultimo, ravvisabile nella mera disponibilità alla prestazione lavorativa straordinaria, non può connettersi causalmente all’evento rappresentando una esposizione a rischio non idonea a determinare un concorso giuridicamente rilevante”.

Quindi, con la sentenza in commento si è chiarito che l’espletamento di attività lavorativa in violazione dei limiti di orario settimanale, nel caso in cui sconfini nell’abnormità fa sorgere in capo al lavoratore il diritto al risarcimento dei danni psico-fisici patiti.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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