SUL REATO DI MOLESTIA O DISTURBO ALLE PERSONE

Scrivere alla ex fidanzata per riavvicinarsi non integra il reato ex art. 660 c.p.

Corte di Cassazione, prima sezione penale, sentenza n. 18216 del 2019

Cercare di riallacciare la relazione con l’ex fidanzata, inviandole diversi sms, è una condotta che rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 660 c.p.?

L’articolo 660 del codice penale, in materia di molestia o disturbo alle persone, punisce:

“Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro”.

Nel caso di specie, l’imputato era stato condannato in primo grado per aver, col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, disturbato e molestato la sua ex fidanzata, inviandole diversi messaggi e telefonate.

Nel ricorrere in Cassazione l’uomo denuncia l’erronea applicazione della legge penale da parte del Tribunale in riferimento all’art. 660 c.p. per aver erroneamente accertato la sussistenza dell’elemento oggettivo e di quello soggettivo del reato in questione.

La domanda che ci si pone è se sia biasimevole il motivo che abbia indotto l’imputato ad inviare gli sms all’ex fidanzata, o se lo sforzo di riallacciare i rapporti avrebbe potuto rappresentare un agire ingenuo e maldestro.

Il reato disciplinato dall’art. 660 c.p. richiede che l’azione dell’agente sia diretta ad interferire in maniera inopportuna nell’altrui sfera di libertà, per petulanza o per altro biasimevole motivo.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno ricordato che:

“il reato di molestie o di disturbo alla persona mira a prevenire il turbamento della pubblica tranquillità, attuato mediante l’offesa alla quiete privata. Pertanto, rispetto alla contravvenzione in discorso, viene in considerazione l’ordine pubblico, pur trattandosi di offesa alla quiete privata; onde l’interesse privato individuale riceve una protezione soltanto riflessa, cosicché la tutela penale viene accordata anche senza e pur contro la volontà delle persone molestate”.

In seguito la giurisprudenza di legittimità ha specificato che:

“il reato di cui all’art. 660 c.p. è configurabile non già in riferimento a qualsivoglia condotta che interferisca sul piano oggettivo nell’altrui sfera di quiete personale, ma si caratterizza, per le sue modalità e sostegno psicologico, in termini di petulanza, sicché esso va identificato in concreto come il contegno intollerabile ed incivile verso la persona molestata, tale da determinarla ad invocare aiuto, e il modo di agire arrogante o vessatorio, privo di riguardo per la libertà o la quiete altrui”.

Il reato in oggetto può anche essere realizzato con una singola azione di disturbo, e sotto il profilo soggettivo è richiesto che la volontà della condotta e la direzione della volontà siano direzionate verso il fine specifico di interferire inopportunamente nell’altrui sfera di libertà, senza che possa rilevare l’eventuale convinzione dell’agente di operare per un fine non biasimevole.

Secondo la Corte di Cassazione, nel caso di specie non è ravvisabile il dolo, dato che la condotta dell’uomo era stata posta in essere al fine di una relazione sentimentale e la persona offesa non aveva bloccato il numero; inoltre solamente due dei 15 messaggi ricevuti avevano un contenuto offensivo.

Detto ciò non è ravvisabile nel comportamento posto in essere dall’imputato il reato ex art. 660 c.p., mandando la petulanza richiesta dalla norma o altro biasimevole motivo che possa caratterizzare l’elemento soggettivo richiesto.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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