SUL C.D. PICCOLO SPACCIO E LA PRESUNZIONE DI REDDITIVITA’

INCOSTITUZIONALE LA PRESUNZIONE DI REDDITIVITÀ NEL REATO DI C.D. PICCOLO SPACCIO

Il Patrocinio a spese dello Stato, anche detto “gratuito patrocinio” è un istituto predisposto dall’ordinamento che permette a coloro che versano in condizioni di difficoltà economica di accedere alla Giustizia, per agire e difendersi in Tribunale.

Il gratuito patrocinio è disciplinato dal DPR 115/2002 – Parte III – Titolo I, artt. dal 74 a 145 che regola anche i requisiti occorrenti per l’accesso.

L’istituto in esame, esaudisce l’art. 24 c. 3 della Costituzione che dispone che vengano assicurati non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione, principio questo anche previsto dalla Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (CEDU), in particolare all’art. 6 c. 3 lett. C, ove viene disposto che

ogni accusato ha diritto difendersi da sé o avere l’assistenza di un difensore di propria scelta e, se non ha i mezzi per ricompensare un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio quando lo esigano gli interessi della giustizia”.

Ai sensi dell’ 76 comma del D.P.R. 115/2002

1. Può essere ammesso al patrocinio chi e’ titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a euro 9.296,22. 2. Salvo quanto previsto dall’articolo 92, se l’interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito e’ costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante. 3. Ai fini della determinazione dei limiti di reddito, si tiene conto anche dei redditi che per legge sono esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ovvero ad imposta sostitutiva. 4. Si tiene conto del solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi.  4-bis. Per i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati di cui agli articoli 416-bis del codice penale, 291-quater del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 80, e 74, comma 1, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, nonché per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, ai soli fini del presente decreto, il reddito si ritiene superiore ai limiti previsti. 4-ter. La persona offesa dai reati di cui agli articoli 609-bis, 609-quater e 609-octies, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale, può essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dal presente decreto.”

Il comma 4 bis del su esposto articolo è stato oggetto di attenzione della Corte Costituzionale, la quale, con sentenza n. 223 del 03/11/2022, (ud. 05/10/2022, dep. 03/11/2022), ha chiarito l’incostituzionalità della presunzione di redditività nei reati di “piccolo spaccio” che si caratterizzano appunto per il modesto quantitativo di cessione della sostanza stupefacente, cui ragionevolmente  conseguirebbe un guadagno minimo e dunque non sufficiente per determinare il superamento dei limiti di reddito contemplati per ottenere l’ammissione al gratuito patrocinio.

In particolare, nella vicenda sottesa alla pronuncia in esame, il Tribunale ordinario, chiamato a giudicare un soggetto imputato per il reato previsto e punito dagli artt. 2 e 76, comma 3, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), decideva per l’assoluzione. Il Difensore dell’imputato, ammesso a patrocinio a spese dello Stato, chiedeva dunque la liquidazione del compenso. Tuttavia, la Magistratura procedente, si avvedeva che, dal casellario giudiziale penale dell’imputato, risultava una precedente sentenza di condanna irrevocabile, per due reati ex art. 73, comma 5, t.u. stupefacenti, aggravati ai sensi dell’art. 80, comma 1, lettere a) e g), del medesimo testo unico.

L’imputato, non aveva dimostrato, in ossequio alle indicazioni della sentenza n. 139 del 2010 della Corte Costituzionale una qualche prova contraria, rispetto alla presunzione relativa di superamento del reddito posta, a fronte della condanna definitiva per tali reati, dall’art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. n. 115 del 2002.

Così la Magistratura avrebbe dovuto revocare, con effetti retroattivi, l’ammissione al patrocinio statale ai sensi dell’art. 112, lettera d), del d.P.R. n. 115 del 2002, per insussistenza, sin dal momento dell’ammissione, del presupposto di reddito per il conseguimento del beneficio ex art. 76, comma 1, dello stesso decreto.

Tuttavia il provvedimento sembrava al Giudice rimettente incostituzionale, perché violativo degli artt. 3 e 24, commi secondo e terzo, della Costituzione.

La Corte Costituzionale si trovava d’accordo ed accoglieva le rimostranze, così motivando.

Nel caso di specie, l’evento preclusivo all’accesso al beneficio, risiedeva in una precedente condanna per c.d. piccolo spaccio, ove quindi la cessione di sostanze stupefacenti era «di lieve entità» ex art. 73 comma 5 t.u. stupefacenti, come sostituito, da ultimo, dall’art. 1, comma 24-ter, lettera a), del decreto-legge 20 marzo 2014, n. 36, fattispecie di reato autonoma ai sensi dell’art. 2, comma 1, lettera a), del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, nella legge 21 febbraio 2014, n. 10.

La Corte Costituzionale nella pronuncia in esame, ha rilevato che il legislatore, ha inserito il comma 4 bis in esame per permettere di ricomprendere redditi non tracciabili la cui sussistenza può presumersi dall’accertamento dell’esperimento di attività redditizie, i cui proventi sono facilmente occultabili. Così, l’art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. n. 115 del 2002,

ha circoscritto le condizioni generali per l’ammissione al beneficio del Patrocinio a spese dello Stato, prevedendo che il reddito “si ritiene superiore ai limiti previsti” a fronte di un’intervenuta condanna definitiva dell’interessato, relativa a un diverso processo anteriore, per i reati ivi elencati.”

Rilevava poi la Corte che la succitata disposizione è stata già dichiarata costituzionalmente illegittima

nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati indicati nella stessa norma il reddito si ritiene superiore ai limiti previsti per l’ammissione al patrocino a spese dello Stato, non ammette la prova contraria” (sentenza n. 139 del 2010).

La dichiarazione di illegittimità contenuta nella pronuncia del 2010, era volta a bilanciare da una parte l’esigenza dell’ordinamento per cui

soggetti in possesso di ingenti ricchezze, acquisite con le attività delittuose […] indicate, possano paradossalmente fruire del beneficio dell’accesso al patrocinio a spese dello Stato, riservato, per dettato costituzionale (art. 24, terzo comma), ai “non abbienti””

e dall’altra l’accesso all’istituto, da parte dei soggetti non abbienti, che hanno diritto alla difesa in attuazione dell’art. 24, terzo comma, Cost.

Dunque, con la richiamata sentenza n. 139 del 2010, veniva già riconosciuta una prima illegittimità del comma 4-bis dell’art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, laddove presentava una portata assoluta della presunzione di escludibilità senza permettere la prova contraria.

Si rendeva però nececessario un’ulteriore intervento.

Così la Corte premesso che

si è affermato nella giurisprudenza di legittimità che il reato di cessione (o condotta equiparata) di sostanze stupefacenti «di lieve entità», di cui al comma 5 del citato art. 73, anche in presenza di un’aggravante ex art. 80 del medesimo d.P.R. n. 309 del 1990, non rientra tra quelli per i quali, ove oggetto di condanna definitiva, opera la presunzione contemplata dall’art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. n. 115 del 2002” (cfr. Cassazione, sentenza n. 16127 del 2018), rilevava che “il dato testuale di quest’ultima disposizione, oggetto delle censure di illegittimità costituzionale, il quale continua a far riferimento all’art. 73 tout court, senza escludere la fattispecie del suo comma 5, non consente di accedere a questa interpretazione adeguatrice, tanto più in mancanza nella fattispecie di una situazione di vero e proprio diritto vivente, non identificabile, di norma, in un’unica pronuncia” dunque, sono corrette le doglianze del Giudice rimettente.

Così, la disposizione censurata è illegittima

nel prevedere una presunzione di superamento dei limiti di reddito per ottenere il patrocinio a spese dello Stato ove il soggetto richiedente sia stato, in precedenza, condannato in via definitiva per i fatti di reato puniti dall’art. 73 t.u. stupefacenti, in presenza di una delle circostanze aggravanti di cui all’art. 80 del medesimo testo unico” giacché “si pone in primo luogo in contrasto, per incoerenza rispetto allo scopo perseguito, con l’art. 3 Cost., nella parte in cui ricomprende nel proprio ambito di applicazione anche i fatti «di lieve entità», di cui al comma 5 dello stesso art. 73.”

Di tal che, considerato che

i fatti di “piccolo spaccio” (quelli «di lieve entità») si caratterizzano per un’offensività contenuta per essere modesto il quantitativo di sostanze stupefacenti oggetto di cessione” (ex multis, Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 15 novembre 2018-24 gennaio 2019, n. 3616), “non è ragionevole presumere che la “redditività” dell’attività delittuosa sia stata tale da determinare il superamento da parte del reo dei limiti di reddito contemplati dall’art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002 per ottenere l’ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato, senza che a diversa conclusione si possa pervenire in considerazione del fatto che la presunzione opera solo per le condanne aggravate ai sensi dell’art. 80 t.u. stupefacenti” atteso che le circostanze aggravanti de quibus, non incidono sul profitto tratto dall’attività delittuosa.

Al pari si riteneva violato l’art. 24, commi secondo e terzo, Cost. atteso che

il diritto dei non abbienti al patrocinio a spese dello Stato è inviolabile nel suo nucleo intangibile, quale strumento fondamentale per assicurare l’effettività del diritto di azione e di difesa in giudizio” (cfr. sentenze n. 10 del 2022, n. 157 del 2021 e n. 80 del 2020) e la “presunzione posta dal comma 4-bis dell’art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002 viola tale fondamentale diritto rendendo più gravoso l’onere probatorio posto a carico del richiedente per essere ammesso (o per conservare) il beneficio, anche per i soggetti come quelli condannati per il reato di cui al comma 5 dell’art. 73 t.u. stupefacenti, sebbene aggravato ai sensi dell’art. 80 del medesimo testo unico.” e dunque tale onere, “costituisce un ostacolo ingiustificato all’accesso al beneficio del patrocinio a spese dello Stato, per chi è stato condannato per il reato di cessione di sostanze stupefacenti «di lieve entità» (o condotta equiparata), quand’anche aggravato dall’art. 80 citato, e ridonda, pertanto, in violazione dell’art. 24, commi secondo e terzo, Cost.”

Pertanto alla luce dei principi richiamati, la Corte Costituzionale, con la pronuncia in commento, dichiarava l’illegittimità costituzionale dell’art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (Testo A)», nella parte in cui ricomprende anche la condanna per il reato di cui al comma 5 dell’art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza).

Leggi il testo della sentenza

Corte Costituzionale 03.11.2022 (ud. 05.10.2022 dep. 03.11.2022) n.223

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