PADRE ASSENTE E RISARCIMENTO ESISTENZIALE AI FIGLI: PRESUPPOSTI

I figli possono chiedere il risarcimento del danno esistenziale per il padre assente?

Corte di Cassazione, prima sezione civile, sentenza n. 17164 del 2019

Nel caso di specie un padre era stato convenuto innanzi al Tribunale per la condanna alla corresponsione dell’assegno di mantenimento ed al risarcimento del danno esistenziale in ragione della mancata presenza della figura paterna nella sua vita.

Il giudice di primo grado aveva accolto entrambe le domande, disponendo a carico del padre un assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne ma non ancora economicamente autosufficiente parti ad euro 1.000 mensili, e ritenuta provata la lesione della qualità della vita di quest’ultimo gli liquidò anche il danno esistenziale in euro 100 mila.

La Corte d’Appello invece, in parziale riforma della decisione di primo grado aveva ridotto il corrispettivo dell’assegno mensile di mantenimento, rigettando la domanda di risarcimento del danno esistenziale.

Gli Ermellini, intervenuti per dirimere la questione hanno rammentato che in un caso simile avevano cassato la decisione della Corte d’Appello per non aver effettuato una adeguata indagine in merito alle risorse patrimoniali e reddituali di ciascuno dei genitori, ed aver pure espressamente trascurato la maggiore capacità patrimoniale del padre.

Nel caso in oggetto, la motivazione della sentenza impugnata è apodittica, oltre che integrante violazione degli artt. 147 e 337 ter c.c. quanto ai criteri per la determinazione dell’assegno di mantenimento che, in base all’art. 337 septies c.c. spetta anche al figlio maggiorenne ma non autosufficiente.

Con ulteriore motivo di ricorso il figlio lamenta la violazione degli articoli 2 e 30 della Costituzione, unitamente agli artt.147, 148 e 2059 c.c., per aver la Corte d’Appello ritenuto non provato il pregiudizio subito in conseguenza della condotta del padre rispetto ai doveri genitoriali sia morali che materiali, per averlo privato per moltissimi anni dell’apporto affettivo ed economico.

Tale motivo per la Cassazione è infondato in quanto

“la violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole non trova sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, potendo integrare gli estremi dell’illecito civile, ove cagioni la lesione di diritto costituzionalmente protetti, e può dar luogo ad un’azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c.”

Tuttavia si deve precisare come l’art. 2059 c.c. non disciplina una autonoma fattispecie di illecito, distinta da quella ex art. 2043 c.c., ma si limita a disciplinare i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizio non patrimoniali, sulla base della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito richiesti dall’art. 2043 c.c. ed ossia sulla condotta illecita, l’ingiusta lesione di interessi tutelati dall’ordinamento, il nesso causale, la sussistenza di un concreto pregiudizio.

“L’unica differenza tra il danno non patrimoniale e quello patrimoniale consiste pertanto nel fatto che quest’ultimo è risarcibile in tutti i casi in cui ricorrano gli elementi di un fatto illecito, mentre il primo lo è nei soli casi previsti dalla legge”.

Da tale assunto ne deriva che:

“il danno non patrimoniale, con particolare riferimento a quello c.d. esistenziale, non può essere considerato in re ipsa, ma deve essere provato secondo la regola generale dell’art. 2697 c.c., dovendo consistere nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione della personalità e nello sconvolgimento dell’esistenza del soggetto. Ne consegue che la relativa allegazione deve essere circostanziata e riferirsi a fatti specifici e precisi, non potendo risolversi in mere enunciazioni di carattere generico, astratto, eventuale ed ipotetico”.

Nel caso in questione i giudici di merito avevano evidenziato correttamente la mancanza di una prova concreta in merito all’esistenza effettiva di tale pregiudizio.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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