PER LA CASSAZIONE IL “NO” AL MOBBING NON ESCLUDE IL RISARCIMENTO

Anche se il mobbing viene escluso, il datore di lavoro può essere condannato a risarcire il lavoratore

Anche se sono escluse condotte persecutorie, il datore di lavoro può essere condannato a risarcire il dipendente. Ciò è quanto emerge dalla recente ordinanza della Corte di Cassazione, la numero 3871/2018, che ha accolto la richiesta del lavoratore.

Nel caso di specie, sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano respinto le doglianze della ricorrente, che chiedeva il risarcimento dei danni subiti in conseguenza della condotta vessatoria protrattasi per 4 anni, avendo subito non un semplice demansionamento ma il c.d. mobbing; tuttavia non aveva dimostrato l’intento persecutorio ed in ogni caso secondo i giudici era da escludere in quanto le condotte asseritamente lesive erano state tenute da soggetti diversi ed in momenti temporali molto distanti tra loro.

La Corte di Cassazione, intervenuta sulla questione ha rammentato che:

“Nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di natura asseritamente vessatoria il giudice del merito, pur nell’accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità di una condotta di mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati, seppure non accomunati dal fine persecutorio, siano ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, che possa essere chiamato a risponderne, nei limiti dei danni a lui imputabili”.

La Corte d’Appello nell’escludere che nel caso di specie ricorressero gli elementi costitutivi del mobbing si è attenuta a quanto disposto dalla giurisprudenza ricorrente; ossia che

“Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro rilevano i seguenti elementi, il cui accertamento costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutori o, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo”.

Tali elementi devono essere provati da parte del lavoratore, in applicazione del principio ex art. 2697 c.c.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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