I MOVIMENTI SUL CONTO CORRENTE DEL PROFESSIONISTA DEVONO ESSERE GIUSTIFICATI

La presunzione di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, in forza del quale sia i prelevamenti sia i versamenti operati sui conti correnti bancari vanno imputati ai ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività, se questo non dimostra di averne tenuto conto nella base imponibile oppure che sono estranei alla produzione del reddito, ha portata generale, nonostante l’utilizzo dell’accezione “ricavi” e non anche di quella “‘compensi” ed è applicabile, quindi, non solo al reddito di impresa, ma anche al reddito da lavoro autonomo e professionale

Corte di Cassazione, terza sezione penale, sentenza n. 13334 del 2019

Il Tribunale di primo grado aveva condannato l’imputato per il reato di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 74 del 2000, per non aver, nella qualità di titolare di una ditta, ai fini di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, presentato la dichiarazione annuale ai fini iva pur essendone obbligato.

In parziale riforma della decisione impugnata la Corte d’Appello aveva diminuito la pena, confermando per il resto la statuizione di primo grado.

Nel ricorrere in Cassazione l’imputato lamenta che la sentenza impugnata si era contraddistinta dall’indebita inversione della prova, essendo stata cioè applicata in sede penale la presunzione di cui al d.p.r. n. 600 del 1973, art. 32, secondo la quale

“tutti gli accrediti registrati sul conto corrente possono essere considerati ricavi dell’azienda”.

Tale regola vale solamente in ambito finanziario, mentre ai fini della determinazione del reddito imponibile, i giudici di merito avrebbero dovuto tener conto dei costi di esercizio fiscalmente detraibili sostenuti dall’azienda.

La Corte di Cassazione dal canto suo ha dichiarato manifestamente infondato il ricorso, ritenendo che l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato deve ritenersi immune da alcuna censura.

I risultati della verifica fiscale erano stati veicolati nel giudizio sia tramite l’acquisizione del processo verbale, sia mediante l’escussione dell’ispettore incaricato, il quale aveva sottolineato come tramite l’incrocio dei dati contabili disponibili era emerso che l’imputato aveva omesso di presentare la dichiarazione iva annuale, con un’importante evasione fiscale.

Tale conclusione era scaturita in quanto gli operatori avevano acquisito l’elenco dei clienti e dei fornitori della ditta ed avevano effettuato alcuni accessi domiciliari presso questi ultimi al fine di acquisire tutta la documentazione necessaria.

Da ultimo erano stati inviati alcuni questionari, sia ai clienti che ai fornitori, dai quali era scaturito l’elevato importo dell’imponibile sottratto a tassazione.

L’accertamento infine era stato completato dalle verifiche eseguite sui sette conti correnti riconducibili all’imputato, eliminando tutte le operazioni neutre in quanto giustificate, gli interessi, le competenze e le spese per la tenuta del conto e le somme inferiori ai 250 euro, perché ritenute spese per la gestione familiare. La Guardia di Finanza aveva esaminato ogni singola voce dei movimenti contabili.

La sentenza di secondo grado non si era limitata a recepire quanto statuito in primo grado ma anzi ne aveva sviluppato il ragionamento di fondo.

Secondo costante orientamento giurisprudenziale:

“le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur non potendo costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumono tuttavia il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente a elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa”.

Inoltre:

“la presunzione di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, in forza del quale sia i prelevamenti sia i versamenti operati sui conti correnti bancari vanno imputati ai ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività, se questo non dimostra di averne tenuto conto nella base imponibile oppure che sono estranei alla produzione del reddito, ha portata generale, nonostante l’utilizzo dell’accezione “ricavi” e non anche di quella “‘compensi” ed è applicabile, quindi, non solo al reddito di impresa, ma anche al reddito da lavoro autonomo e professionale”.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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