DECISIONE DEL GIUDICE NULLA SE LA MOTIVAZIONE È APPARENTE


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In tema di provvedimenti del giudice, ricorre il vizio di omessa pronuncia laddove il giudicante emetta una decisione sostanzialmente priva di argomenti coerenti, con motivazione figurativa e meramente apparente

Corte di Cassazione, sezione civile, ordinanza n. 24615 del 2019

La Corte d’Appello aveva confermato la decisione di primo grado che aveva respinto la domanda di risarcimento del danno da mobbing avanzata da un lavoratore nei confronti della società per cui prestava la propria opera.

I giudici, dopo aver inquadrato la fattispecie legale del mobbing, avevano ritenuto di escludere, sulla base delle risultanze istruttorie acquisite, l’esistenza di una condotta persecutoria da parte del datore di lavoro nel caso concreto.

Nell’adire la Corte di Cassazione il ricorrente censura la decisione di merito ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1 n. 4 e difetto assoluto di motivazione nonché motivazione apparente, avendo la Corte omesso di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno dichiarato fondato il ricorso.

Il lavoratore si duole, denunziando la nullità della decisione per motivazione apparente, della negazione della condotta “mobbizzante” pur in presenza del riconoscimento di atteggiamenti almeno in parte persecutori, adducendo il rilievo della

“particolare sensibilità soggettiva ed anche le pregresse condizioni cliniche, dovute ai postumi del grave incidente stradale, e non, invece, le oggettive, plurime e sistematiche condotte datoriali, specificamente finalizzate a danneggiarlo, per come meglio analizzate, a provocare al lavoratore la malattia psichica di cui si fa cenno in atti”.

L’iter logico e argomentativo, posto a fondamento della decisione di merito, non è chiaro e non pare abbia posto in condizione il ricorrente di conoscerne lo svolgimento, dato che, a fronte delle “oggettive” plurime e sistematiche “condotte datoriali specificamente finalizzate a danneggiarlo”, ha poi ritenuto non meglio definite condizione soggettive del ricorrente come atte a provocare la malattia psichica di cui si fa cenno in atti.

Nello specifico la Corte afferma che

“la prova orale raccolta ha confermato solo parzialmente le allegazioni del ricorrente sull’attivazione di un comportamento prolungatamente vessatorio nei propri confronti da parte del datore di lavoro, come emergeva dalle dichiarazioni di un teste, secondo cui il datore di lavoro rimproverava spesso il ricorrente, più degli altri operai, apostrofandolo, a volte, con il termine di parassita”.

Il giudice di merito, senza chiarire il proprio iter motivazionale aveva affermato che in seguito ad un grave incidente stradale occorso al lavoratore, lo stesso era stato adibito a mansioni ritenute consone per il suo attuale stato di salute ma che lo stesso non si impegnava come prima e anzi, incitava i propri colleghi a mettersi in malattia come faceva lui.

Gli Ermellini da ultimo hanno rammentato che, come affermato con la sentenza n. 16247 del 2018

“in tema di provvedimenti del giudice, ricorre il vizio di omessa pronuncia laddove il giudicante emetta una decisione sostanzialmente priva di argomenti coerenti, con motivazione figurativa e meramente apparente”;

e tale deve ritenersi la motivazione della sentenza impugnata che non ha in realtà messo in condizione il ricorrente, di conoscere l’iter logico-argomentativo e giuridico seguito e posto a fondamento della decisione. Non si è in presenza di un silenzio del giudice in merito ad una questione giuridica a lui sottoposta ma la sentenza

“del tutto omettendo di porre a fondamento del proprio iter decisorio le risultanze processuali, è giunta ad escludere l’esistenza del mobbing pur asseverando la oggettiva perpetrazione degli abusi”.

Per tale motivo ci troviamo innanzi ad una motivazione incomprensibile e cioè, ad una delle ipotesi che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2 n. 4 determinando la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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