SOTTRAZIONE FRAUDOLENTA AL PAGAMENTO DELLE IMPOSTE

Affinchè si configuri la “sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte” non è sufficiente la semplice idoneità dell’atto a ostacolare l’azione di recupero del bene da parte del fisco ma è necessario il compimento di atti che si caratterizzino per la loro natura simulata o fraudolenti.

Corte di Cassazione, terza sezione penale, sentenza n. 52158 del 2018

Il Tribunale di primo grado aveva provveduto su richiesta di riesame presentata da alcuni contribuenti avverso il decreto di sequestro preventivo in riferimento al reato di sottrazione fraudolente al pagamento delle imposte ex art. 11 del d.lgs. n. 74/2000, rideterminando l’entità del vincolo reale.

Ai contribuenti veniva contestato, quali amministratori e presidenti del consiglio di amministrazione di una s.r.l., posto in essere atti fraudolenti allo scopo di sottrarsi al pagamento delle imposte, consistenti nella conclusione di due contratti di cessione di rami d’azienda, privi dell’accollo dei debiti tributari e a prezzo inferiore al valore effettivo.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno dichiarato infondati i motivi di ricorso presentati dai contribuenti.

Il primo comma dell’art. 11 del d.lgs. n. 74/2000 sanziona la condotta di chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro 50 mila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la proceduta di riscossione coattiva, applicandosi una pena edittale più elevata laddove l’ammontare delle imposte, degli interessi e delle sanzioni, sia superiore a 200 mila euro.

Tributario

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Secondo costante orientamento giurisprudenziale:

“Nella previsione di cui all’art. 11 del d.lgs. n. 74/2000 è scomparso ogni riferimento alla necessità dell’effettivo avviso di un qualsiasi accertamento fiscale, essendo ora sufficiente che l’azione sia idonea a rendere inefficace l’esecuzione esattoriale, configurandosi dunque la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto”.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3011 del 2016 ha affermato che:

“l’alienazione può definirsi simulata, ossia finalizzata a creare una situazione giuridica apparente diversa da quella reale, allorquando il programma contrattuale non corrisponde deliberatamente in tutto o in parte all’effettiva volontà dei contraenti, con la conseguenza che, ove invece il trasferimento del bene sia effettivo, la relativa condotta non può essere considerata alla stregua di un atto simulato, ma deve essere valutata esclusivamente quale possibile atto fraudolento, idoneo a rappresentare una realtà non corrispondente al vero e a mettere a repentaglio o comunque ostacolare l’azione di recupero del bene da parte dell’erario”.

Detto ciò, ai fini della configurabilità del reato non è sufficiente la semplice idoneità dell’atto a ostacolare l’azione di recupero del bene da parte del fisco ma è necessario il compimento di atti che si caratterizzano per la loro natura simulata o fraudolenti.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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