SEPARAZIONE E TENORE DI VITA


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La Corte di Cassazione elimina il tenore di vita anche per la separazione

Corte di Cassazione, sesta sezione civile, sentenza n. 26084 del 2019

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con la sentenza in commento ha dato un taglio al tenore di vita anche per quanto riguarda la separazione coniugale.

Nel caso di specie la ricorrente aveva proposto innanzi al Tribunale di primo grado domanda di separazione nei confronti del marito; quest’ultimo non si era costitutivo ed il Tribunale aveva accolto la domanda attorea senza imporre alcun assegno di mantenimento stante la condizione di autosufficienza economica di entrambe le parti.

L’uomo aveva proposto appello rilevando la nullità del procedimento di primo grado per non essere stato convocato a presenziare all’udienza presidenziale e per non aver ricevuto la notifica dell’ordinanza di fissazione dell’udienza avanti al giudice istruttore. Nel merito aveva contestato la decisione che aveva accertato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza coniugale solamente sulle basi delle dichiarazioni dell’ex moglie.

La Corte d’Appello aveva dichiarato la nullità del procedimento di primo grado per mancata convocazione del ricorrente, senza però rimettere la questione al primo giudice. Nel merito aveva ritenuto infondata la richiesta di accertare la non irreversibilità della crisi coniugale, imponendo alla donna il pagamento nei confronti del ricorrente di un assegno di mantenimento mensile pari ad euro 1.500.

Nel ricorrere in Cassazione l’uomo chiede che l’assegno di mantenimento sia rideterminato in aumento in 6.000 euro al mese e di essere rimesso in termini per acquisire tutta la documentazione sui redditi ed i cespiti patrimoniali relativi all’ex moglie.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno rammentato che, ai sensi dell’art. 151 c.c., la separazione coniugale deve trovare causa e giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza, intesa come

“fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno della vita dei coniugi”,

purché oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile.

Per tale motivo non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, potendo la rottura dipendere solamente da una condizione di una delle due parti, che renda incompatibile la convivenza e che sia verificabile in base a fatti obiettivi.

Infatti

“in tema di separazione tra coniugi, la situazione di intollerabilità della convivenza va intesa in senso soggettivo, non essendo necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco di una sola delle parti, verificabile in base a fatti obiettivi, come la presentazione stessa del ricorso ed il successivo comportamento processuale”.

Per quanto concerne invece la misura dell’assegno che il ricorrente contesta, si deve rammentare che, secondo costante orientamento giurisprudenziale

“la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile non è finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.

Sulla base di quanto sopra enunciato risulta quindi irrilevante la richiesta di provare l’alto tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e la rilevante consistenza del patrimonio dell’ex moglie, dovendosi attribuire all’assegno divorzile, alla luce della giurisprudenza sopra richiamata, una funzione assistenziale ampiamente soddisfatta dalla misura dell’assegno riconosciuto al ricorrente e una funzione compensativa che non trova riscontro nelle sue deduzioni difensive.

Dott.ssa Benedetta Cacace

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