SE FOTOGRAFO O FILMO UNA PERSONA DI NASCOSTO, COMMETTO REATO?

Fotografare o riprendere una persona configura reato?

Vediamo quanto disposto dalla Corte di Cassazione

Fotografare di nascosto con il telefonino o riprendere in un video qualcuno senza la sua autorizzazione, è un comportamento che costituisce reato. A disporre in tal senso è la Corte di Cassazione, prima sezione penale, con la recente sentenza, n. 9446/2018, con cui ha respinto il ricorso proposto da un uomo di mezza età, indagato per il reato di molestia, confermando il sequestro del cellulare con cui lo stesso era stato colto sul fatto di fotografare una donna in un centro commerciale, senza aver avuto il suo previo consenso.

Il comportamento messo in piedi dall’uomo è idoneo a configurare il reato ex art. 660 codice penale “molestia o disturbo alle persone”.

“Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro”.

Pertanto è ammissibile il sequestro probatorio del telefono cellulare. Questo è valido anche se la persona offesa non si accorge di essere stata fotografata o ripresa. Infatti la norma valuta l’incidenza che il comportamento molesto può avere sulla tranquillità pubblica.

Secondo gli Ermellini, il reato di molestie si configura nel caso di comportamenti

“astrattamente idonei a suscitare nella persona direttamente offesa, ma anche nella gente, reazioni violente o moti di disgusto o di ribellione, che influiscono negativamente sul bene giuridico tutelato che è l’ordine pubblico”.

Nel caso in esame vi è una momentanea interferenza nella tranquillità del soggetto.

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Il signore era stato colto dalla vigilanza del supermercato, mentre seduto su di una sedia a rotelle riprendeva con il telefono una donna. Considerato tutto, il Tribunale di Palermo aveva confermato il decreto di convalida del P.M. inerente al sequestro probatorio del telefono dell’indagato.

L’accusa aveva giustamente ipotizzato la sussistenza del reato di molestia ed il relativo sequestro del telefono era idoneo ad accertare la presenza di documenti fotografici della donna al suo interno.

Il giudice a quo deve controllare l’astratta configurabilità del reato ipotizzato valutandole il fumus boni iuris, cioè la probabilità dell’esistenza di un diritto, in riferimento alla congruità degli elementi rappresentati.

In Cassazione, l’indagato lamentava l’insussistenza dei presupposti per configurare la contravvenzione ipotizzata.

La difesa ha sostenuto che la condotta seguita dall’indagato non avesse invaso la libera determinazione della persona offesa, né arrecato molestia o disturbo alla stessa.

Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso dell’uomo, condannandolo al pagamento delle spese processuali.

“Alla luce dei richiamati principi di diritto, l’ordinanza impugnata, che ha ritenuto sussistente il fumus del reato, stimando il fatto, come rappresentato nella sua oggettività che nemmeno il ricorrente contesta, idoneo ad integrare l’interferenza momentanea nella tranquillità del privato, indipendentemente dalla percezione del soggetto fotografato, si sottrae alla censura circa la non configurabilità, nemmeno in astratto, della contravvenzione ipotizzata”.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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