MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA ANCHE SE ESEGUITI A MEZZO SOCIAL

“Si” ai maltrattamenti in famiglia anche eseguiti a mezzo social

Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza n. 57870 del 2018

L’articolo 572 del c.p., in tema di maltrattamenti contro familiari e conviventi dispone quanto segue:

“Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

[La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di persona minore degli anni quattordici].

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni”.

Nel caso in esame, il Tribunale di primo grado aveva condannato l’imputato alla misura cautelare della custodia in carcere in relazione al reato di cui all’art. 572 c.p., in quanto, in pregiudizio della ex compagnia, aveva non solo inviato reiterate minacce di morte tramite telefono, con messaggi audio ma aveva altresì pubblicato sui social network messaggi dal contenuto infamante.

Il Giudice per le indagini preliminari aveva applicato, in riferimento al reato di maltrattamenti aggravati, la misura cautelare del divieto di dimora in diversi Comuni adiacenti a quelli della vittima, con divieto di comunicazione a carattere sia telefonico che telematico nei riguardi della persona offesa e della loro figlia.

All’esito dell’interrogatorio di garanzia il G.I.P. aveva esteso il divieto per l’imputato di comunicazione con la vittima anche ai social network.

Il Tribunale del riesame, quale giudice di secondo grado, aveva constatato che i gravi maltrattamenti posti in essere dall’imputato erano prevalentemente rivolti nei riguardi della figlia e per tale motivo le due vittime erano state sottoposte in regime di protezione presso un centro specializzato. Inoltre il Tribunale aveva rilevato l’assoluta inosservanza dell’imputato delle prescrizioni impostegli e quindi aveva ritenuto attuale e concreto il periculum criminis dato che le minacce si erano estese anche al legale della persona offesa. Per tale motivo l’unica misura idonea era quella della custodia in carcere.

Sulla base di tali motivi l’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo la violazione dell’art. 606, comma 1 lett. e) c.p.p., in riferimento agli articoli 274, 275 c.p.p. e 572 c.p.

Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno dichiarato inammissibile il ricorso in quanto:

“La trasgressione al divieto di comunicazione con le persone offese, inglobato nel provvedimento di divieto di dimora, che concreta la fattispecie addebitata, in una delle sue modalità attuative, autorizza la configurazione di una delle manifestazioni dei maltrattamenti aggravati, potendo la prova di esse desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente, che ha rivolto alle vittime messaggi vocali minacciosi, e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su facebook. Questi ultimi costituiscono documenti a mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario. Si caratterizza sul piano della interazione tra il mittente e il destinatario per la incontrollata possibilità di intrusione, immediata e diretta, del primo nella sfera delle attività del secondo”.

Priva di alcun fondamento è la difesa dell’uomo che sostiene di non aver mai intrattenuto contatti fisici con le vittime, in quanto l’utilizzo dei social network e degli altri mezzi telematici, con cui questo ha postato le varie minacce, rappresentano espressione della condotta maltrattante, dimostrando come l’uomo abbia violato il provvedimento impugnato.

Con la sentenza in oggetto è stato ribadito il principio precedentemente espresso sempre dalla Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la sentenza n. 1822 del 16 gennaio 2018, in base al quale la trasgressione del divieto di comunicazione con le persone offese integra ex se la fattispecie delittuosa di maltrattamenti.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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