LA RESPONSABILITA’ DEI GENITORI E DEI PRECETTORI O MAESTRI: COME SUPERARE LA PRESUNZIONE DI COLPA

Responsabilità dei precettori o maestri d’arte ex art. 2048 c.c.

Corte di Cassazione, sesta sezione civile, sentenza n. 14216 del 2018

Due genitori, sia in proprio che in qualità di rappresentanti del loro figlio , avevano convenuto in giudizio, innanzi al Tribunale di Napoli, altri due genitori , sostenendo che il proprio figlio, diciannovenne, venne assassinato dal loro, all’epoca dei fatti quindicenne.

Il crimine si era consumato all’esito di una lite scoppiata tra i due per il furto di alcune sigarette, all’interno di un ’esercizio commerciale, esercente l’attività di barbiere, ove l’omicida svolgeva l’attività di apprendista.

Per i ricorrenti, dei danni derivanti dall’omicidio del figlio dovevano rispondere non solo i genitori del colpevole, per culpa in educando, ma anche il datore di lavoro per culpa in vigilando.

Il Tribunale di Napoli aveva accolto la domanda nei confronti dei genitori dell’omicida ma non quella nei confronti dell’esercente commerciale.

I genitori del ragazzino colpevole di omicidio nel ricorrere in Cassazione sostengono che il Tribunale aveva erroneamente escluso l’esimente della legittima difesa, basandosi solamente sulla perizia autoptica disposta nelle indagini penali.

Secondo la Corte di Cassazione, stabilire se i genitori abbiano o meno assolto all’onere di educare i propri figli, è un accertamento di fatto e non una valutazione di diritto. Da una parte, l’art. 2048 c.c. non può dirsi violato solamente perché il giudice di merito abbia ritenuto sussistente od insussistente la prova di una adeguata educazione, dall’altra quella valutazione sfugge al sindacato di legittimità.

Secondo costante orientamento giurisprudenziale:

“l’inadeguatezza dell’educazione impartita può essere desunta dalle modalità dello stesso fatto illecito”.

I ricorrenti lamentano che la sentenza impugnata è affetta da violazione di legge, e nello specifico dell’art. 2048 c.c: sostengono che il Tribunale ha violato l’art. 2048 c.c., nel rigettare la loro domanda di manleva nei confronti del datore di lavoro del figlio minore.

Non solo, ritengono che il datore di lavoro era gravato dalla presunzione di cui all’art. 2048 c.c. e che per vincere tale presunzione avrebbe dovuto dare la prova delle misure organizzative adottate per evitare il danno.

L’uomo al momento dell’omicidio non era presente nel suo locale ed il Tribunale aveva ritenuto irrilevanti le prove da essi richieste, volte a dimostrare la culpa in vigilando dell’uomo.

L’art. 2048 c.c. dispone che:

“Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante.

I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi o apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza.

Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto”.

La prova di non aver potuto impedire il fatto consiste nella dimostrazione dell’imprevedibilità o dell’inevitabilità del fatto produttivo di danno.

Il principale criterio di valutazione della colpa professionale è quello della diligenza, ex art. 1176, secondo comma c.c., che consiste nel comparare la condotta effettivamente tenuta dal responsabile con quella che avrebbe tenuto l’homo eiusdem generis et condicionis.

Come affermato in numerose occasioni dagli Ermellini, il primo dovere dei percettori è quello della presenza.

Pertanto, per liberarsi dalla presunzione di cui all’art. 2048 c.c., il precettore deve provare che né lui né alcun altro precettore diligente, nella stessa situazione avrebbe potuto impedire il danno.

La Corte di Cassazione accoglie tale motivo di ricorso.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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