NELLE MULTE DEVE SEMPRE ESSERE INDICATO IL LUOGO DELL’INFRAZIONE?

Secondo la Corte Costituzionale, l’indicazione del tratto di strada dell’infrazione è necessario solamente in caso di rilevazione tramite strumenti a distanza

Non sempre il decreto prefettizio deve indicare il luogo in cui è avvenuta l’infrazione prevista dal Codice della strada.

Per esempio, l’indicazione del tratto stradale nel quale è stata rilevata l’infrazione sarà necessario in caso il superamento del limite di velocità sia rilevato tramite strumenti a distanza; ma non, invece, ove il rilevamento sia avvenuto a mezzo di apparecchiature gestite direttamente dalla Polizia.

Il caso:

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 5610/2018 ha respinto il ricorso di un uomo contro la sentenza del Tribunale che, in riforma dell’appellata sentenza del Giudice di Pace, aveva rigettato la sua opposizione contro un verbale di accertamento di violazione del codice della strada.

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La sentenza impugnata aveva ritenuto infondati i motivi di doglianza del multato che lamentava come nel Decreto Prefettizio non figurasse l’inclusione del tratto di strada in cui si sarebbe verificata l’infrazione. Questa mancanza, secondo l’opponente, avrebbe dovuto determinare l’invalidità della contestazione non immediata.

Conseguenza che i giudici della Corte di Cassazione respingono in toto, richiamando i noti principi a cui si è confermata la gravata decisione. L’inserimento del tratto stradale nell’apposito decreto prefettizio è opportuno solamente ove la violazione al C.d.s. avvenga attraverso l’utilizzazione di apparecchiature di rilevamento a distanza.

Invece, non è necessaria questa indicazione nei casi, come quello sottoposto all’attenzione della Corte di Cassazione, in cui per la rilevazione dell’infrazione sono state usate apparecchiature direttamente gestite dagli agenti di polizia.

L’impugnata sentenza si è confermata quindi all’orientamento della giurisprudenza della Corte e la parte ricorrente nulla ha validamente allegato o prospettato in contrario, quindi il suo ricorso deve essere rigettato e l’uomo condannato a versare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato a norma dell’art. 13 comma 1, D.P.R. n. 115/2002.

Dott.ssa Benedetta Cacace


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